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Il razzismo strisciante e un prete che invita a sparare

 

Era l’otto agosto del 1991: nel porto di Bari sbarcano 20.000 albanesi; il 7 marzo a Brindisi ne erano arrivati 27000. A Bari ad accoglierli, tra tantissime difficoltà, c’erano le forze dell’ordine, i volontari, le autorità, in particolare i vescovi Bello e Magrassi. Parte da quel periodo la storia recente dell’accoglienza dei migranti in Puglia. Quasi trent’anni che hanno visto luci e ombre su cui è imperativo morale riflettere. Le luci: una straordinaria capacità di pronto intervento, mobilitando operatori, risorse e mezzi senza nessuna remora; un’attenzione costante delle istituzioni pubbliche al fenomeno migratorio; una lenta trasformazione da mentalità chiusa e egoista a mentalità aperta e accogliente, un po’ più saggiamente globale. Le ombre: il razzismo e le tante forme di chiusura crescenti; i luoghi comuni sciocchi e infondati sulle migrazioni; lo scaricabarile nell’assumersi le responsabilità dell’accoglienza e dell’inserimento dei cittadini stranieri; il leghismo in salsa meridionale, ottuso quanto ridicolo; la resistenza di alcuni settori culturali e politici – quali pezzi di sinistra e ambiente cattolico – a promuovere e testimoniare accoglienza e solidarietà. Fino ad avere politici di sinistra che sono più razzisti di altri o pastori cattolici che predicano contro i migranti. In questo quadro, per quanto possa fare notizia, un prete che invita a “sparare sui migranti” deve indurci a un’analisi un po’ più ampia.

Esiste anche nelle nostre terre una forma di fede cattolica, che è “refrattaria al Vangelo”, direbbe Sturzo. E’ quella pseudo religiosità nutrita di ideologie destrorse e razziste e di una religiosità popolare che ha più di magico e superstizioso che di autentica devozione. Riguardo alla ideologizzazione della fede: la tendenza è presentare un sapere compatto, indiscutibile, che è distintivo della propria identità proprio perché viene accettato in toto e senza discutere; che non permette domande e non tollera dubbi o sottolineature diverse; che mortifica la ricerca intellettuale in schemi rigidi e sterili. Sulla religiosità popolare: se la devozione popolare non è autentica riduce la fede a spettacolo liberatorio; preferisce un dio usato come dispensatore di guarigioni e non Dio Padre; insegue gli atti magici, con richieste di denaro per creare vere e proprie imprese a fine di lucro, spesso anche mafiose.

Su queste derive cattoliche, tutti, pastori e laici credenti, abbiamo il dovere, secondo le personali responsabilità, di dichiarare che tutto questo è negazione del Vangelo di giustizia e pace. Dalle prime comunità cristiane a don Tonino Bello, dai santi della carità a papa Francesco la linea è sempre la stessa, cioè quella del Buon Samaritano, che soccorre, a prescindere da fede e cultura del malcapitato o povero. Essere cristiani vuol dire farsi prossimo: questo non è un invito, ma è una opzione fondamentale; chi la nega non è cristiano. Ci sono, invece, anche in Puglia, pastori e fedeli cattolici, che hanno creato, culturalmente e praticamente, una zona ambigua in cui si tenta di conciliare gli impossibili: cristianesimo e nazi-fascismo, accoglienza e razzismo, carità e rifiuto, condivisione e lusso sfrenato e cosi via. Qualche NO in più (con conseguenti provvedimenti disciplinari), specie da parte della gerarchia cattolica, non guasterebbe. Sulle banchine del porto di Bari – me lo ha raccontato il magistrato Nicola Magrone – don Tonino Bello e padre Mariano Magrassi non discutevano di politiche migratorie e aiuti agli italiani o agli stranieri. Semplicemente si “struggevano”, con il cuore e la mente, per trovare una soluzione alle migliaia di persone che stavano sbarcando. Perché questa è la fede cristiana: non inneggiare a chi nega la dignità del povero e bisognoso, ma rimboccarsi le maniche per far sentire a casa chi fugge per fame di pane o libertà. Non a caso don Tonino ripeteva: “non sono i coperti che mancano sulla mensa; sono i posti in più che non si vogliono aggiungere a tavola”.

Fonte: Repubblica Bari

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