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Carlo Galli ed Enrico Rossi. Partire dalla lezione di Antonio Gramsci per fornire basi teoriche al nuovo soggetto politico e alla sinistra, e come terreno comune di dialogo

 

Do Pino Salerno

Restituire profondità e spessore al dibattito politico, soprattutto quando è in gioco il destino della sinistra, e del conflitto sociale, messo a dura prova dalle politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni. Si parte da quest’assunto impegnativo, per capire con Carlo Galli, professore di Dottrine politiche a Bologna e deputato di Mdp, ed Enrico Rossi, governatore della Toscana, e uno dei fondatori di Mdp, come si struttura la “fase nascente” non solo della costruzione di Articolo1, ma dell’intero progetto del soggetto politico della sinistra. Ovvero, secondo quali impegnativi fondamenti di analisi teorico-politica, a partire, ad esempio, dalla lezione di Antonio Gramsci, considerato da Carlo Galli, quale il “più grande filosofo della politica del Novecento italiano”. Se le radici affondano nel pensiero gramsciano, affermano entrambi all’unisono, allora sarà possibile fornire maggiore solidità al progetto costitutivo della nuova formazione politica di sinistra, nel tentativo di eliminarne ambiguità ed equivoci. Mentre, se si dimenticano la sua eredità e la profondità della sua analisi del sistema capitalistico e delle radici del movimento operaio, allora sarà difficile evitare lo scivolamento verso quella che lo stesso Gramsci considerava “la piccola politica”. Gramsci come terreno comune del dibattito politico a sinistra, oggi, qui ed ora. Questa è la sfida lanciata da Galli e Rossi, nell’ottantesimo anniversario della sua morte (ma ovviamente non v’è nulla di meramente celebrativo nelle loro parole).

Carlo Galli: “dalla lezione di Gramsci si può trarre la critica all’egemonia, che non è solo narrazione”

Intanto, perché partire da Gramsci? Lo spiega Carlo Galli, che riesce ad attualizzarne il pensiero riaffermandone la radicalità, non solo rispetto allo stato liberale giolittiano e alla filosofia crociana che costituivano il perno della sua analisi critica, ma soprattutto rispetto alle sfide che oggi sono davanti alla sinistra e che derivano dall’egemonia di quello che Galli ha definito “ordoliberismo tedesco”, e che è all’origine della catastrofe europea dell’ultimo mezzo secolo. Galli assume come punto di partenza la radicale analisi di Gramsci su “guerra di movimento e guerra di posizione” e la attualizza: “La sfida elettorale non è la più importante, benché sia incombente; il ragionamento deve estendersi molto oltre di essa, senza governismi né isolamenti aprioristici”.

Galli: “rifondare le basi per una guerra di posizione di lungo periodo”

Per tornare all’intuizione gramsciana, per Galli, “soprattutto, la guerra di movimento elettorale non potrà essere per ora altro che guerriglia; ben più importante è rifondare le basi di una guerra di posizione di lungo periodo. Per rifare l’Italia da sinistra, e per dare agli italiani una protezione che passi non attraverso le ricette escludenti della destra ma che si fondi sul recupero dei diritti e della speranza, a partire dalle condizioni materiali di vita, di studio e di lavoro”. Partire dalle condizioni materiali di vita è secondo Galli una delle necessità fondative del nuovo partito, per evitare di cadere nel rischio dell’elitismo delle classi dirigenti subalterne e subordinate. Per questa ragione, la fretta, dice Galli, è spesso una cattiva consigliera. Anzi, “è chiaro che questo soggetto – in sintesi, un quarto polo che farà alleanze quando sarà abbastanza robusto per non essere subalterno – dovrà darsi presto, ma non affrettatamente, strutture democratiche e organizzazioni trasparenti, e che dovrà quanto prima smarcarsi dal governo e dalle sue politiche. Ma soprattutto dovrà dare l’impressione di volere esistere, di volere radicarsi nella società, di voler durare, di volere affrontare problemi veri con ambizione vera”.

Galli: “Gramsci non è solo un pezzo pregiato del nostro Pantheon, ma coscienza viva della sinistra”

Ecco perché la lezione di Gramsci è decisiva e importante, e affondare le radici nel suo pensiero, e dunque rilevarne la matrice marxista, è uno dei punti che possono sostenere l’impresa di un terreno comune di dialogo a sinistra. “Non è solo questione di un Pantheon comune”, afferma Carlo Galli, “quello non interessa a nessuno e rischia di fare confusione, come si è fatta quando si è messo assieme a sinistra Kennedy e Marylin Monroe, come campioni della modernità. Abbiamo bisogno di un pensiero radicale, che affronti la relazione tra capitale e lavoro, il conflitto sociale, e si sforzi di trovare una proposta post-postmoderna, anche alle sfide della tecnologia avanzata e ai cambiamenti nel mondo del lavoro”. Insomma, conclude Galli, “a sostenere la nascita del nuovo soggetto politico devono esistere motivazioni politico-culturali più forti che non la legge elettorale, motivazioni che nascono da analisi autonome e radicali, e da progetti ambiziosi e di lungo periodo. Nonché dal riconoscimento del sostanziale fallimento storico del centrosinistra, almeno nella sua veste di partito unico (il Pd) appaesato in un contesto bipolare – un fallimento che è tutt’uno con la crisi dell’ordine economico neoliberale e dell’assetto dei poteri e delle istituzioni nel nostro Paese”.

Enrico Rossi: “Rifare l’analisi dei rapporti di forza sociali ed economici”

Da parte sua, Enrico Rossi conferma l’analisi di Carlo Galli, e riconduce ad attualità la centralità del pensiero di Gramsci. “Come scriveva Gramsci, per la ‘grande politica’ è necessaria un’analisi dei rapporti di forza sul terreno sociale ed economico, un concetto – spiega – che evidentemente è in forte contrasto con il politicismo attuale e sotto il quale rischiamo di restare schiacciati. Se alla politica quotidiana manca il retroterra fornito dall’analisi economica e dalla capacità di interpretare le forze reali presenti nella società e di organizzarle, ecco allora che essa decade a personalismo, retroscena, manovra politicista”. Insomma, anche Enrico Rossi vorrebbe trovare un terreno comune politico-teorico-culturale sul quale innestare il dialogo a sinistra, per evitare di smarrirsi nella politica politicamte di piccolo cabotaggio, privo di orizzonte e di fututo. E affianca a Gramsci anche qualche altro pensatore del Novecento, non marxista ortodosso, ma di tradizione socialista, come Matteotti, o Bobbio, soprattutto per le sue analisi sulla destra e la sinistra, ovvero sulla differenza tra privilegio e uguaglianza.

Rossi: “rianalizzare il rapporto tra capitalismo e rendita, anche attraverso un processo al capitalismo”

Il presidente della Toscana esamina il rapporto tra capitalismo e rendita. Partendo proprio dai ragionamenti di Gramsci su ‘americanismo e fordismo’, Rossi rilancia l’idea di un ‘processo al capitalismo’, come fece il Pci nel 1962 quando in un convegno dell’istituto Gramsci “mise all’indice il capitalismo parassitario” italiano. Infatti, dice Rossi, “se pensiamo al mondo della finanza e delle banche non mancherebbe il materiale su cui discutere”. Per il presidente della Toscana da una parte c’è “il capitalismo dinamico che è un nostro riferimento”, dall’altra c’è invece “quel capitalismo parassitario, di vicinanza, di rendita che impedisce al nostro Paese un pieno sviluppo”. E nel confronto, nelle contraddizioni, tra capitale e lavoro, da dove traggono origine le condizioni materiali della vita quotidiana del “popolo” (una parola “gramsciana” che risuona spesso nelle analisi di Galli e Rossi) occorre ritrovare parte delle analisi radicali della sinistra.

Insomma, la differenza tra destra e sinistra esiste, sostengono i due esponenti di Articolo1-Mdp, risiede certo nel privilegio, da una parte, e nella lotta contro le diseguaglianze dall’altra. Ma se non ci si concentra sull’origine, sul capitalismo (Rossi cita papa Francesco come esempio di lotta anticapitalistica) che “sta uccidendo il pianeta”, non si può parlare di sinistra. Ecco le fonti del pensiero radicale e dei fondamenti stessi della sinistra, vecchia e nuova.

Da jobsnews

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