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Ciao Valentino. Un giornalista comunista che si batteva per la libertà d’informazione

 

Di Valentino è già stato scritto tutto. Chi lo ha conosciuto non può che ricordare il suo volto, sempre disteso, amichevole, magari con qualche piega che ti  lasciava capire che non era d’accordo con te. Quando parlava, un tono sempre pacato anche nei momenti più difficili della sua vita di giornalista, uomo di cultura, politico , fondatore di un giornale come il Manifesto, oggi il suo gruppo verrebbe chiamato “scissionista”. Ma scissione non vi era stata, il Pci non ammetteva forme di dissenso come quelle  di cui erano protagonisti donne e uomini  che non si ritrovano più nelle scelte politiche del Pci, ma che nel partito volevano restare. Non per creare problemi al gruppo dirigente, ma per indicare un percorso diverso per la politica dei comunisti italiani. Noi dell’Unità avvertivamo una grande difficoltà. Anche nel giornale del Pci capitava di trovarci su posizioni critiche su questa o quella scelta, discutevamo, ci confrontavamo, c’erano compagni che decisero di lasciare  partito, quando nacque il Manifesto si ritrovarono in quella redazione, il loro nuovo.

All’Unità in molti non eravamo d’accordo con l’espulsione di compagni con i quali avevamo combattuto , giornalisticamente parlando, tante battaglie. Non riuscivamo a considerare “ avversari”  coloro che avevano fondato il Manifesto. Certo c’era anche chi condivideva la decisione del Partito, all’Unità c’era una cellula del Pci abituata al confronto, alla discussione, allo scontro politico, c’era anche un’ala “ cinese”. Così come c’erano gli ingraiani, gli amendoliani, tanto per citare dei nomi. Spesso la redazione- cellula incontrava i dirigenti del Pci ai massimi livelli.  Eravamo abituati al confronto e anche allo scontro. Ricordo che alle Botteghe Oscure  qualcuno non prese bene il fatto che in un giornale di partito venisse costituito il Comitato di redazione nel nome della libertà dell’informazione. Devo dire che i direttori –poilitici non hanno mai, o quasi, fatto veni meno il  loro appoggio alle iniziative della redazione,anche sul piano sindacale. Con i compagni del Manifesto, con Valentino in particolare ci siamo ritrovati nel Movimento dei giornalisti democratici, nella Federazione della Stampa, in Media coop. Ci legava  quel “ diritto dei giornalisti ad informare e dei cittadini ad essere informati che teneva insieme giornalisti democratici, di sinistra, comunisti, a partire da Sandro Curzi, cattolici, socialisti. Giornalisti dell’Unità e del Manifesto in particolare.

Di Valentino sono state dette molte cose. Ne manca una: non è mai stato un “ fazioso”, il che non è poco per un giornalista che fa politica. I suoi interventi, sempre pacati, ragionati, lasciavano il segno. Anche quando ti confrontavi con lui, testa a testa, avevi la sensazione di  da imparare qualcosa di nuovo. In questi ultimi anni ci incontravamo spesso a dibattiti, convegni di questa sinistra sempre più in cerca di autore. Ci salutavamo, un abbraccio, due chiacchiere, una riflessione amara per una sinistra frammentata, che non riesce a stare insieme, a costruire un progetto di società. Valentino, come tanti altri, cercava un approdo, non un lido sicuro, ma un punto di aggregazione all’altezza dei problemi di questo mondo sempre più sconvolto, frammentato, dove è tornata a risuonare la parola “ guerra”. In questa Italia dove la sinistra, quella che pensavamo  noi, allora dell’Unità, lui  nella sua casa, dopo quella  del Pci, il Manifesto, i nostri sogni di gioventù e anche dell’età matura  non riusciva a stare insieme, pare avere una vocazione, quella della divisione, ci trovavamo a disagio.  Non c’era bisogno di molte parole, ci intendevamo con uno sguardo. Valentino mi ha insegnato, ci ha insegnato che non bisogna mollare mai. Che la parola comunista ha ancora un significato, si può pronunciare con orgoglio e nostalgia. Ora ai convegni, ai dibattiti, ai congressi, non lo cercherò più per scambiare due chiacchiere, un saluto, ciao come va . La sua presenza mi mancherà. Se ne va qualcosa del suo e del mio mondo.

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