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“I Simpson” e l’America di Trump

 

Giusto a quei diavoli di Springfield e ai loro geniali inventori poteva venire in mente di immaginare Donald Trump presidente degli Stati Uniti, dopo averlo irriso con la celebre scenetta del gatto biondo in testa. Era il 2000 e tutti noi, osservando quello sketch, sorridemmo, certi che mai un personaggio così eccentrico e bislacco sarebbe potuto diventare presidente dalla più importante potenza mondiale. A riguardarla oggi, quella scenetta appare profetica, come solo la satira sa essere, specie quando pone il dito nella piaga dei nostri vizi, delle nostre contraddizioni e dei mali oscuri che attraversano le nostre società, spesso erroneamente convinte di essere al riparo da ogni problema.
La vera forza di quei personaggi buffi, bizzarri e il più delle volte casinisti, infatti, è quella di essere straordinariamente autentici, in sintonia con una società lontana anni luce dalle descrizioni che se ne fanno sulle riviste patinate o nei dotti saggi politologici, là dove la visione della realtà è sempre mediata non solo dai filtri mentali di chi scrive ma anche dai suoi pregiudizi e dalla sua concezione del mondo viziata da un eccessivo distacco dalla realtà quotidiana delle persone comuni.

Se “I Simpson” da trent’anni riscuotono tanfo successo è, dunque, perché rappresentano l’America non in base a come dovrebbe essere ma a come è realmente, con le sue ipocrisie, le sue controversie e il suo costante disorientamento che dura ormai da oltre quindici anni, diciamo dall’11 settembre 2001, ma le cui origini risalgono almeno agli anni Settanta, ossia a quando il predominio a stelle e strisce è entrato in crisi e nuovi attori protagonisti si sono affacciati sulla scena globale.
Trent’anni di Simpson, trent’anni di ironia e di voluti eccessi, trent’anni di riflessioni di natura ambientale ma, soprattutto, trent’anni nei quali questo cartoon dai tratti singolari e dalle caratteristiche universali ha finito con l’essere un’analisi sociologica tra le più interessanti dell’America profonda, dell’America che poi si reca alle urne e vota Trump, dell’America straziata dalla crisi e da un’incertezza esistenziale che la induce ad affidarsi a quelle che Bauman definiva le “utopie regressive”, dell’America dei sogni svaniti e del cinismo imperante, delle promesse tradite e delle illusioni venute meno, dell’America fragile che ha negli strampalati Homer e Bart due simboli e due interpreti impeccabili.
Un’America anti-retorica, autentica, genuina, realistica fino a risultare quasi fastidiosa, dura da accettare ma, proprio per questo, corrispondente all’effettivo svolgersi degli eventi, in contrasto con le verità ufficiali e con le narrazioni stucchevolmente ottimistiche che contrastano con la realtà e con il comune sentire dei suoi interpreti.

Da trent’anni questo assurdo e irriverente cartoon ci racconta, insomma, con simpatia e spirito di servizio, le ferite di un Paese stanco e in guerra con se stesso, in cui questa famiglia dai tratti semplici e scanzonati è la quintessenza di un declino che solo chi possiede in sé la giusta dose di follia creativa può analizzare e mettere davanti ai nostri occhi con tanta meticolosa attendibilità.
Trent’anni di America decadente e non ce ne siamo accorti: a tanto sono arrivati i nostri pregiudizi, le nostre barriere mentali e la nostra incapacità di fare i conti con una modernità che ci spaventa e che tendiamo, quindi, ad allontanare, come se fosse possibile, come se non fossimo destinati ad esserne travolti, come se questo tempo del nulla e dell’abisso non fosse, in fondo, la nuova normalità cui siamo chiamati ad abituarci.
Sarebbe bastato guardare una puntata in più dei “Simpson” per capire come sarebbe andata a finire lo scorso 8 novembre ma, essendo troppo pieni di noi stessi e della nostra narrazione mainstream, abbiamo preferito correre incontro alla barbarie con l’inconsapevolezza tipica degli incoscienti e la superbia tipica dei mediocri.

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