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Def. L’audizione delle forze sociali spazza via il “libro dei sogni” del governo.

 

Camusso: serve uno shock alla nostra economia. Enti locali e Regioni: basta tagli. Confindustria preoccupata. Elogi da Alleanza cooperative. Risorse per i dipendenti pubblici in dubbio

Di Alessandro Cardulli

La manovra economica approvata qualche giorno da un frettoloso consiglio dei ministri esce a pezzi dalla audizione preliminare di forze sociali, sindacati, Sbilanciamoci cui aderiscono più di quaranta organizzazioni della società  civile, cooperative, associazioni di imprese,  Enti locali, Conferenza Regioni e Province, Cnel. Un lungo pomeriggio in cui i membri delle Commissioni  Bilancio di Camera e Senato hanno ascoltato e posto domande ai rappresentanti di forze economiche e sociali dal quale, volendo, possono ricavare utili indicazioni per quanto riguarda  la manovrina, il Documento di  economia e finanza (il famigerato Def), il Piano delle riforme. Tutt’altra musica dalla conferenza stampa in cui al termine di un veloce consiglio dei ministri, il premier Gentiloni e il ministro dell’economia, Padoan, informarono il paese che tutto andava bene, i conti erano in ordine, la crescita, seppur non  proprio veloce, era assicurata, ci si poteva permettere perfino il reddito di inclusione per combattere la povertà e addirittura veniva messo in campo una specie di registro per valutare il benessere. Soldi a gogò, miliardi a più non posso con un piano di riforme  da realizzare entro il 2032.

L’audizione ha frantumato questo “libro dei sogni”, quel Def composto da più di 500 pagine e da altre 400 di allegati che forse nessuno, salvo chi lo ha scritto, i tecnici del Tesoro, che non hanno alcuna colpa, ha mai letto. Coloro che sono stati “auditi” delle Commissioni di Camera e Senato, hanno letto attentamente, come provano i loro interventi e le note scritte che hanno consegnato a deputati e senatori. Dalle domande che i parlamentari, del Pd in particolare, hanno rivolto ai sindacalisti sono emersi maldestri tentativi di intorbidire le acque. È stato chiesto, a fronte di critiche, dure e documentate, alla ,manovra: “allora voi siete per violare le regole della Ue”. È venuta da Susanna Camusso una risposta secca: “Noi siamo europeisti. Non siamo per violare le regole. Ma vanno cambiate, a partire dal fiscal compact”.

Cgil: creare lavoro, nuova crescita, nuovo modello di sviluppo

E  insieme alle regole della Ue occorre cambiare  le nostre politiche, oggi in perfetta continuità con quelle degli anni  passati: “La Cgil – ha detto – continua ad affermare l’urgenza di una politica economica espansiva che dia uno shock all’economia italiana per creare lavoro, per una nuova crescita e un nuovo modello di sviluppo”. Neppure Confindustria dà un voto positivo alla manovra. Il Centro studi in un documento illustrato in audizione e consegnato ai parlamentari afferma: “Alla luce delle restrizioni programmate nel Def è difficile sostenere lo sviluppo del Paese”. E fanno i conti: “Si tratta di circa 30 miliardi nel triennio 2017-2019 di cui 3,4 (la manovrina ndr) quest’anno, 15,8 con la legge  di bilancio e ulteriori 9,1 miliardi nel 2019”. Anche Confapi non mostra entusiasmo. Anzi. “Auspica che le misure messe in campo con il Def possano offrire strumenti per rafforzare la competitività, la ripresa degli investimenti così come la semplificazione burocratica e l’innovazione”. Un auspicio non si nega a nessuno, ma subito dopo Confapi in rappresentanza delle piccole e medie imprese esprime però “la preoccupazione per il fatto che non siano state messe in campo misure adeguate per la riduzione del costo del lavoro e per una decisiva ripresa della domanda interna”.

Le Coop chiedono ulteriori misure a favore delle imprese

In controtendenza l’Alleanza Cooperative, di cui fa parte Legacoop, che elogia la politica del governo. Il presidente Maurizio Gardini apprezza la “decisione di aver scongiurato l’aumento delle aliquote Iva che avrebbe avuto effetti depressivi sui consumi”. Però il problema, dovrebbe saperlo – è ancora in piedi. Lasciamo perdere. Poi afferma che il  Def “si muove nella giusta direzione sul piano degli obiettivi e degli indirizzi politici tributari”. Poi parla di misure a favore delle imprese che “possono essere ulteriormente rafforzate con ulteriori specifici interventi coerenti con la particolarità delle società cooperative, imprese mutualistiche”. Ma dimentica subito la “mutualità” quando incensa “la riduzione strutturale del costo del lavoro”. E per farsi capire meglio dice che “è importante puntare ulteriormente sullo sviluppo della contrattazione di secondo livello orientata a incrementi di produttività. In questa direzione appare opportuno reinserire la decontribuzione a beneficio delle imprese delle somme legate alla produttività, con relativa fiscalizzazione degli oneri sociali, in un’ottica di riduzione del costo del lavoro”.

Produttività aumenta con investimenti, ricerca, organizzazione del lavoro

Susanna Camusso, proprio sulla contrattazione di secondo livello, un cavallo di battaglia degli imprenditori e del governo, prima di Renzi ora di Gentiloni aveva affermato che la produttività non aumenta  con gli accordi aziendali. Il problema del salario è di tutti i lavoratori e non di poche centinaia di migliaia. “Levatevi dalla testa che la contrattazione di secondo livello sia il toccasana per la produttività. Ci vogliono investimenti, ricerca, organizzazione del lavoro, salari dignitosi”. Ed era tornata al Def che, aveva affermato, “descrive una programmazione economica per i prossimi anni senza alcuna ambizione di recuperare i livelli di crescita e occupazione pre-crisi. Sono molte le riforme necessarie all’Italia ma che non compaiono nel Pnr”, ha proseguito, sottolineando come sia “sintomatico che la prevista riduzione Irpef sia stata cancellata dal Piano nazionale per le riforme che fa sparire ogni ipotesi di equità fiscale” nella totale assenza di un “progetto organico di riforma del sistema fiscale all’insegna della progressività”. “Nuovi tagli alla spesa e aumenti iniqui delle tasse. La manovra finanziaria appare molto modesta e sbilanciata, oltre che recessiva”.

Barbagallo (Uil). Restituire potere d’acquisto a salari e pensioni

Barbagallo, segretario generale della Uil sottolinea che nei provvedimenti annunciati dal governo “manca il coraggio di invertire le dinamiche economiche e sociali”. Nella prossima legge di bilancio sarà ”fondamentale favorire la crescita con interventi e investimenti a favore dello sviluppo e dell’occupazione”. ”Occorrono politiche che rimettono in moto i consumi interni, e questo lo si può fare soltanto ridando potere di acquisto ai salari e alle pensioni’. Per questo – conclude – nella prossima manovra di bilancio occorre trovare le risorse per il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego e si deve proseguire sulla strada della riduzione del carico fiscale che pesa su salari e pensioni”. Già, i contratti sui quali il governo aveva battuto la grancassa. La realtà è che facendo i conti si scopre che le risorse previste non rispondono alle intese sottoscritte fra le parti che prevedono un aumento medio di 85 euro mensili. Dice Camusso: “Le risorse indicate dal Documento di economia e finanza per i contratti pubblici, compresi quelli della scuola e delle forze dell’ordine, non sono sufficienti”. Se si considerano anche i necessari percorsi di stabilizzazione del personale il sindacato, conclude, “è sempre più preoccupato”. Preoccupazione condivisa dal segretario confederale della Cisl, Maurizio Petriccioli il quale introduce il problema del cuneo fiscale sul cui taglio “c’è solo un titolo.  C’è una discussione interessante ma vorremmo vederne i contenuti – ha detto – per esempio su chi è? su che platea è? sugli under 35? Sui giovani che già stanno nel lavoro o su quelli che ne stanno fuori? Che succede se caliamo il cuneo contributivo rispetto alle pensioni che già i giovani non hanno? Insomma manca tutta una complessità, c’è un titolo ma a questo titolo è difficile accodarsi se non si spiega cosa si vuole fare”.

Comuni, Province, Regioni. Politiche del  governo sotto accusa

Intervengono i rappresentanti degli enti locali, delle Province, delle Regioni ed  è un fiorire di accuse alle scelte politiche del governo, quello dei mille giorni di Renzi Matteo, e quello attuale  che  prevede nuovi tagli. L’Anci, l’associazione dei Comuni, nel documento illustrato dal sindaco di Ascoli Guido Castelli, afferma che “deve  essere nettamente esclusa una ulteriore fase di spending review che comporti ulteriori compressioni delle risorse correnti dei Comuni”. Ha ricordato “l’entità dello sforzo richiesto ai Comuni nel periodo 2011-2015, pari ad oltre 9 miliardi di euro di tagli alle risorse cui si sono aggiunti i maggiori vincoli di finanza pubblica”. Il contributo richiesto per il risanamento dei conti pubblici, gli effetti restrittivi della nuova contabilità, il congelamento della manovrabilità della leva tributaria locale ed il concomitante avvio della perequazione, hanno concorso “ad una forte compressione dell’autonomia politico-amministrativa dei Comuni ed hanno richiesto uno sforzo eccezionale, tuttora in atto, per l’adeguamento ai nuovi paradigmi ulteriore irrigidimento della gestione finanziaria, compromettendo i principi di autonomia e responsabilità che erano alla base della legge delega sul federalismo fiscale”, conclude.  Sulla stessa  linea l’Unione delle Province: “Il Def dimentica che i tagli  operati su province e città metropolitane con la manovra economica sono abnormi” e che “occorre intervenire su una situazione di squilibrio finanziario” a cui è necessario “porre rimedio”. “Le province stanno vivendo una gestione straordinaria – sottolinea l’Upi – fanno bilanci annuali e non pluriennali come si dovrebbe, impegnano avanzi liberi e destinati non per investimento ma per spesa corrente e questa  è un’anomalia. Non è una gestione che può essere procrastinata, occorre che il Def chiarisca” che è necessario intervenire nella legge di bilancio.

Dagli enti territoriali un “contributo” alle finanze pubbliche di 9,3 miliardi

Dalle Regioni identico grido di allarme: “Occorre un focus particolare” da parte del Parlamento, sui tagli previsti nel DEF, ”perché sarebbe di difficile gestione un’ulteriore razionalizzazione nei comparti particolarmente sensibili” come la sanità, le politiche sociali e il trasporto pubblico locale. Lo afferma il coordinatore degli assessori regionali al Bilancio, Massimo Garavaglia. ”Non siamo qui a fare il pianto greco delle regioni – dice – ma a rappresentare una situazione”. Il contributo che gli enti territoriali a statuto ordinario offrono alle finanze pubbliche nel 2017 vale 9,3 miliardi di euro. Nonostante il comportamento virtuoso delle regioni, che hanno portato la spesa da 100 a 89, nel complesso si registra un aumento a causa delle amministrazioni centrali. Si registra anche una ”riduzione imponente” dei consumi intermedi e dell’acquisto beni e servizi, che passa da 100 a 75, mentre anche in questo caso le amministrazioni centrali aumentano la spesa.

Una audizione molto ricca di riflessioni, argomenti, proposte. Sbilanciamoci,  l’associazione cui fanno  più di quaranta organizzazioni della “società civile” ha presentato ben 155 proposte, una contromanovra su “come usare la spesa pubblica per diritti, la pace, ambiente”. Deputati e senatori è sperabile abbiano misurato la “temperatura” del Paese, attraverso la testimonianza di chi rappresenta milioni di cittadini.  E ne tengano conto. Democrazia diretta, senza la mediazione del web.

Da jobsnews

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