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Se il rettore del santuario della ‘ndrangheta è indagato per mafia

 

Don Pino Strangio, per quasi vent’anni custode del santuario di Polsi, luogo simbolo di devozione mariana, ha lasciato il suo posto a don Antonio Saraco. Il vescovo di Locri, mons. Francesco Oliva, ha infatti accettato la richiesta di dispensa di Strangio, dopo la conclusione delle indagini a suo carico. I magistrati della DDA di Reggio Calabria lo accuserebbero di violazione della Legge Anselmi, la norma che punisce la costituzione di associazioni segrete e di concorso esterno in associazione mafiosa. Accuse pesantissime per il rettore di un luogo di fede e di culto che non trova pace. Il Santuario della Madonna della montagna, nato nel 1144, secondo la tradizione, rappresenta il luogo di custodia delle dodici tavole della ‘ndrangheta. A Polsi, la prima riunione mafiosa si sarebbe tenuta nel lontano 1903 ma per l’intero secolo scorso si è sempre continuato a negare, poi, nel 2009, un filmato dei carabinieri conferma tutto, svelando, minuto per minuto, la riunione annuale dei maggiori esponenti della ‘ndrangheta che, nel corso della festa, si ponevano a cerchio attorno alla statua della Madonna.

Strangio, giornalista ed ex Consigliere della Federazione nazionale della stampa,  guidava il luogo simbolo dell’Aspromonte attorno al quale avvenivano i summit delle cosche. Scrive Alessia Candito su La Repubblica che  “insieme all’avvocato Antonio Marra, braccio destro di Paolo Romeo, nel 2008 avrebbe infatti tentato di disinnescare la pressione dello Stato su Polsi offrendo in cambio due latitanti di seconda fascia. Una manovra già all’epoca fatta saltare da carabinieri e DDA, ma per la quale oggi i magistrati presentano il conto. Don Pino Strangio deve rispondere per aver tentato di addomesticare l’azione di contrasto alla ‘ndrangheta, rendendola funzionale alle necessità di aggiustamenti gerarchici tutti interni ai clan. E che qualche arresto avrebbe potuto agevolare”. Accuse pesanti, pesantissime, sulle quali, si spera, verrà fatta chiarezza. Proprio quella che è mancata nella storia del Santuario nel suo rapporto con la ‘ndrangheta.

Nella testimonianza inserita nel mio libro, “L’eucaristia mafiosa – La voce dei preti”, a proposito di San Luca, città ai piedi del santuario, considerata la “mamma” della ‘ndrangheta, Strangio disse:  “In una comunità così piccola tutti sanno tutto di tutti. Il carabiniere, l’amministratore, il politico, il magistrato e, perché no? anche il prete. Il problema non è sapere tutto. Il problema è come far uscire quel tutto alla luce del sole. E perché deve proprio essere il prete a fare i proclami e a parlare a tutti? Io non posso dire chi è mafioso, io cerco di curare il malato e curare il malato significa fargli capire che deve espiare la pena per quello che ha commesso”. E forse, piano piano, quel tutto sta uscendo alla luce del sole.

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