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I giorni infiniti del Ricordo

 

Le date convenzionali sono utili per le celebrazioni collettive, ma la memoria dell’Olocausto, che ridusse milioni di esseri umani come miseri “vuoti a perdere”, privi di dignità, grovigli di sofferenze e bisogni animaleschi, dentro “campi di annientamento” circondati dal filo spinato, se non vuole essere retorica, non può essere circoscritta in una sola giornata. “Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo”. Nel suo libro “L’asimmetria e la vita”, Primo Levi metteva in risalto come la distanza temporale fra noi e gli anni del Male assoluto potesse offuscare la percezione di ciò che era avvenuto, di come fosse facile “l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio di autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà ad un’idea”.

La nostra contemporaneità è impregnata di dolore, di indifferenza, di guerre, di immagini cruente che hanno il tempo di un sospiro; ci siamo assuefatti alla banalizzazione delle tragedie, alla liquidità e alla velocità delle notizie. Restiamo storditi dalla nostra impotenza, ma nel fondo del cuore sappiamo che il corso della Storia può essere governato dalla Ragione e che la pace non è una bizzarra Utopia. Così come il valore della memoria del nostro recente passato non può essere solo un attimo fuggente, uno shock mai rimosso da molti di noi, da troppi negato, svilito o velocemente archiviato: deve essere uno stato d’animo, la consapevolezza che la Shoah ha un valore universale. Ci riguarda tutti. E quando gli ultimi testimoni scompariranno e la narrazione dell’orrore avrà i colori sbiaditi della lontananza, resteranno i libri con l’eternità della parola scritta, i filmati d’epoca, gli atti dei processi ai criminali nazisti, alcuni attualmente ancora in corso in Germania, a ricordarci che nessun futuro è mai al riparo dalla ferocia degli uomini

Il Male ha tante espressioni, ma una radice comune: lo scelgono le persone ordinarie, quando la povertà di pensiero e la mancanza d’immaginare il bene offuscano la percezione di ciò che è etico. Nel 1961 lo spettacolare processo al colonnello Eichmann, il grigio, meticoloso e zelante architetto della “Soluzione Finale”, irruppe a Gerusalemme come un grido lacerante di orrore e di verità, quasi a rompere quel muro di ghiaccio, fra diffidenza, incredulità e voglia di dimenticare in cui gran parte del mondo nel dopoguerra tentò di rifugiarsi. Le stesse vittime tentarono di rimuovere ciò che agli umani era difficile trasmettere e ricordare. Era quasi impossibile trovare le parole per narrare la disperazione di “giacere sul fondo di un abisso”, dove la certezza era rappresentata dall’odore acre e terribile del fumo che usciva di continuo dai camini, per annebbiare il cielo grigio di polvere umana. In molti restarono impigliati in una bolla emotiva, una prigione ereditata e interiorizzata nei lager, impressa nello spirito come i numeri tatuati negli avambracci.

Leon Wellickzon-Wells, numero 1.005 del lager Janowska (in Ucraina), testimoniò nel processo a fatica, lo sguardo da vecchio incurvato dalla pena. In un sussurrio di parole spente e prive di intonazione in quello che fu definito dal Presidente d’Israele, Ben Gurion, “la Norimberga del popolo ebraico”, raccontò come diciottenne gli fu ordinato di far sparire qualsiasi traccia dei massacri, filtrando al setaccio le ceneri dei cadaveri per recuperare i metalli preziosi e poi spargere quello che restava nei campi come concime. I carnefici erano in gran parte gente simile ad Eichmann: burocrati, militari, contabili, senza ombra di pentimento, ma consapevoli del disegno scientifico e micidiale di sterminare gli ebrei dalla Germania e dal resto d’Europa. Ma se i nazisti massacrarono 6 milioni di ebrei, in quanto tali, queste vittime designate compresero fino in fondo che il loro destino era connesso alla loro identità? A questo interrogativo cerca di rispondere un libro straordinario, “Le mie ultime parole. Lettere dalla Shoah” a cura di Zwi Bacharach (ed. Laterza), fondamentale per riflettere su una storia che siamo abituati a leggere in una dimensione collettiva, ma che è invece formata anche da milioni di frammenti individuali, di rivelazioni intime, sfumature di sentimenti, paure, dignità, speranze estreme, ansia, desideri di vendetta da affidare ai posteri, di resistenze personali da consegnare come ultimi messaggi.

“Sono ancora viva”, scrive il 6 Aprile 1943 Mushiya, “e vogliamo tanto vivere, malgrado quello che abbiamo passato. Vorremmo vedere con i nostri occhi vendicare i milioni di vittime per la nostra immensa, inconcepibile sofferenza”. “Purtroppo non ci saremo il giorno della vendetta. Qualsiasi cosa accada è comunque insignificante, non è niente, è zero in confronto al nostro destino, poiché quello che ci è stato fatto è impossibile da concepire”. “Non siamo più esseri umani, siamo diventati bestie. Se qualcuno mi avesse detto che sarei stata capace di reggere a tanto strazio, non avrei mai potuto credere ad una cosa del genere. Da dove si tira fuori la forza quando si sa che è tutto inutile? Non c’è scampo. E’ un peccato imbrogliare il cuore e pensare che sia possibile sfuggire a questo assassinio di massa. Viviamo giorno per giorno, ora per ora”. “Ci hanno strappato il cuore, ci hanno derubato di tutte le nostre emozioni e istinti, e dopo averci trasformato in bestie che lavorano meccanicamente, ci trucidano in massa. Una persona che pensa in modo normale non crederà mai che si possa resistere a torture del genere, e che nel ventesimo secolo siano possibili atrocità come questa. Siamo diventati pietre senza alcun sentimento”.

Pochi giorni prima della deportazione, nel luglio del ’42, da Bonn, Ruth Hadassah spera che la guerra sia agli sgoccioli e di poter emigrare in Israele: “E’ una fortuna che siamo giovani e non rifiutiamo nessun lavoro. Gli Ebrei poi sono abituati da millenni a sopportare un destino difficile e a superare le difficoltà, non si guardi alla nostra stirpe come a dei vigliacchi”.

Se uno dei fini dei nazisti era di de-umanizzare le vittime, prima di ucciderle, molte delle lettere, scritte spesso in condizioni estreme, dimostrano in modo toccante il contrario. “Caro Mundack, la situazione non ha via di uscita, siamo tutti condannati a morte, solo che non sappiamo quando verrà eseguita la condanna. La persecuzione continua senza sosta e veniamo spinti nella tomba con violenza, anche chi è ancora vivo, letteralmente. E noi vogliamo tanto vivere e rivederti” scriveva Genja, “E’ doloroso ma non abbiamo trovato nessuna strada, tutti rimangono indifferenti. Ma in realtà se anche Dio ci ha abbandonato, che cosa possiamo rimproverare agli amici non ebrei, che se ci aiutassero correrebbero i nostri stessi rischi? Ho affidato a persone sicure i documenti che ci riguardano e che potranno esserti utili. Ti auguro che il destino ti sia benevolo e che la nostra sofferenza ti risparmi tutta questa malvagità. Non disperarti, sforzati di vivere in tranquillità, non tormentarti, perché il tuo dolore si placherà nel corso degli anni”. 

“Mio caro Heini, se non dovessimo più vederci, il mio desiderio è che non pensi a me con lutto e dolore. Ci si deve abituare all’idea che non resteremo in vita. Ma si deve mettere da parte il destino del singolo e pensare a quello del nostro popolo, e forse anche al destino di tutta l’umanità in generale”. E’ la lucida lettera di un padre, professore a Vienna, prima della deportazione, un amoroso addio e una riflessione sull’assenza di una visione morale e sulla consapevolezza che: “la cultura occidentale si trova in un orribile e tremendo declino, che ha trovato la sua chiara espressione nella guerra mondiale. La gente non può capire quello che sta avvenendo realmente e non capisce nemmeno quello che succede a loro stessi”.

La perdita della coscienza critica predispose ad accettare dottrine assolutiste, a bendare gli occhi su quell’inferno che tutto avrebbe travolto. Queste lettere sono un diario intimo, personale e collettivo di chi ha vissuto quotidianamente la Shoah. C’è inoltre l’autocritica: “è doloroso ammettere che l’educazione formale ha portato con sé anche una grande superficialità e che l’abbondanza della sapienza- e presunta conoscenza- ha danneggiato lo sviluppo della personalità. Ora, noi ebrei, possiamo dimostrare quanto poco efficace sia un’educazione estesa e quanto sia rilevante un forte carattere. Tutti noi continuiamo però a farci illusioni”.

Il libro descrive le grandi questioni ideali, le dolorose miserie quotidiane e l’inesauribile forza vitale di chi ha compreso l’inevitabile, ma si sente comunque una persona, pur nei propri laceri panni, più che nella pelle degli aguzzini; chi va incontro all’ignoto con la speranza che i suoi cari si salvino; chi compila testamenti e chi affida i propri bene a conoscenti fidati, e si rammarica di non aver “liquidato il patrimonio in tempo per emigrare. Non so cosa accadrà dopo la guerra, se ci permetteranno di vendere i terreni, se ci daranno degli aiuti, se pagheranno gli immobili che ci hanno portato via”.

Il grande inganno aveva colpito milioni di polacchi, tedeschi, ungheresi, austriaci, cecoslovacchi, francesi e olandesi “assimilati”, che non riuscivano a comprendere come la loro identità nazionale non li tutelasse dalle atrocità. Ma erano prima di tutto “Ebrei” agli occhi dei nazisti: e quindi già condannati. Fride Niselevitch bacia di cuore coloro ai quali “capiterà di leggere il mio testamento e di trovare sepolte sottoterra le fotografie dei miei cari, ai quali farle recapitare”. Quello che traspira da queste pagine è anche   una sottile, diffusa forma di “resistenza” emozionale. Pur nell’ultimo girone dell’inferno si cerca in ogni modo di ancorarsi al bisogno della “continuità”, di onorare ritualmente i defunti come ricordo per chi fra loro resterà testimone sulla terra. La salvaguardia dell’umanità e così garantita dalla Rimembranza.

Ma oltre all’opposizione spirituale alla barbarie ci fu anche la Resistenza armata e l’organizzazione clandestina per far emigrare quante più persone nei paesi liberi. Ma fu una lotta impari: spesso a piccoli successi militari seguirono orrende stragi, ghetti bruciati, ebrei costretti a ucciderne altri su ordine dei comandanti nazisti. Le voci si levano perché chi è aldilà delle linee si adoperi ad aiutarli: “Sparano, impiccano, bruciano senza alcuna ragione. Coloro che sono ancora vivi lavorano fino allo sfinimento e quando le forze li abbandonano e non possono più lavorare, ecco che arrivano loro e li ammazzano; sono questi gli ebrei sopravvissuti e che vengono tormentati e che soffrono e hanno una sola domanda: perché, perché i nostri fratelli restano in silenzio, perché non scuotono il mondo, perché non vengono a dare una mano a farci passare di nascosto la frontiera polacca?”. Così denunciava nel giugno del 1943 Eliezer Unger.

Una corsa contro il tempo, contro lo scetticismo e l’ignavia burocratica di quei governanti che non credettero alle testimonianze, contribuendo indirettamente all’estendersi dello sterminio. Nell’aprile del ’44 Yehoshua Szeremi, poco prima di salire sul treno blindato, così scriveva al suo unico figlio: “Non allontanarti mai dagli ideali del nostro popolo, sii un saggio combattente per la nostra verità, ma non dimenticare che l’Inghilterra e l’America, i due grandi stati democratici, sono responsabili per la nostra vita e per quella di 5/6milioni di nostri fratelli ebrei. Quando sarà tornata la calma, chiamate l’Inghilterra dinanzi al giudizio di Dio”.

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