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Un leader mai stato Leader

 
Siamo alle solite e non c’è altro da attendersi. Renzi non ha lungimiranza, umiltà e nemmeno il carisma necessario. Ecco perché, pur ponendosi come un potenziale leader (e rispetto al resto lo è), non lo sarà mai davvero.
Ha sbagliato tutto quello che poteva, soprattutto negli ultimi mesi. La cosa peggiore è che continua a vedere le colpe degli altri e mai le sue responsabilità.
Questo governo, come qualcuno ripete da giorni, ha fatto anche cose buone, e personalmente ho l’onestà intellettuale di riconoscerlo.
Ma c’è un errore in queste valutazioni: la misurazione della quantità non è sempre corretta se non si considera anche il parametro della qualità.
Accanto a quelle cose buone, ce ne sono state troppe enormemente cattive: dal Jobs Act allo Sblocca Italia (solo per citarne due tra le più importanti).
E un atteggiamento irritante, una sbruffonaggine inadeguata a un premier che si pone come discontinuo rispetto ai predecessori. Mai una volta l’umiltà di dialogare. Ha gestito il Paese come fosse il suo partito. E lo ha spaccato. Come il suo partito.

Ha ignorato, sotto i colpi del “siete vecchi”, “siete compromessi”, “siete gufi”, “vi rottamo”, tutte quelle forze positive (indipendentemente dai singoli uomini che le guidano) con le quali in una democrazia bisogna dialogare per mantenere un equilibrio sociale.
Al contempo, però, ha camminato a braccetto con gente con cui non bisognava nemmeno sedersi a un tavolo. Anzi, peggio, li ha resi importanti, decisivi.
Ha puntato tutto sul rinnovamento anagrafico, senza mai avere il dubbio che non sia l’età ma la qualità degli innovatori a certificarne la bontà. Non si è aperto al Paese migliore e, pur avendo la necessaria sfrontatezza per proporre cambiamenti positivi, ha scelto il potere, ha scelto di tendere la mano a industriali e squali della finanza. Ha incenerito realtà positive (Marino a Roma lo avete dimenticato?) per antipatie di corrente. Ha fatto una scelta di campo e adesso non può lagnarsi se dall’altra parte del campo sono arrivati i pomodori e i fischi, che si sono aggiunti alle manovre politiche normali degli oppositori (eh sì siamo in democrazia, anche se a qualcuno sembra sfuggire).

Ha ignorato il Sud e i suoi problemi, affidandosi solo alle promesse, e dal Sud è stato punito. Ha polemizzato con chiunque muovesse una critica al suo modo “berlusconiano” di gestire il potere, servendosi di generali impresentabili (vedi De Luca), vassalli e tristi buffoni di corte.
Infine, ha seguito la cosiddetta anti-politica nel portare avanti una riforma che usava la riduzione dei costi (solo paventata e poco reale) come copertina per un consistente pacchetto di norme, scritto male e subdolo, pieno di strumenti che limitavano il potere popolare. Ha puntato sulla pancia e non sulla testa, sullo scontro e non sul dialogo, sul plebiscito e non sul consenso.
Dulcis in fundo, ha dato una lettura solo politica della sconfitta, così come fanno i suoi sostenitori. Continuano tutti a non vedere che in quel No non c’è l’accozzaglia, non c’è la blasfema alternativa politica tra forze inconciliabili (cosa che ha caratterizzato il suo governo e la sua maggioranza). In quel No ci sono invece tanti giovani, precari, studiosi, ambientalisti, ricercatori, intellettuali, gente a cui è rimasta solo la Costituzione a fare da riferimento, da baluardo, da speranza, da compagnia.
Una Costituzione tradita già nel suo primo fondamentale articolo.
Quell’articolo 1 che andava applicato e non indebolito a colpi di Jobs Act, voucher e finte stabilizzazioni.

Renzi non ha ascoltato. E oggi molti dei suoi, anche bravi parlamentari, che piangono e si lamentano chiedendo conforto, sono gli stessi che non si sono mai alzati in piedi a protestare per alcune scelte che tradivano i loro valori e quelli di una forza di sinistra che dovrebbe ascoltare il Paese. Hanno reagito male a quei loro elettori che glielo facevano notare. Hanno appoggiato di tutto, anche cose che mettevano a rischio i territori che li avevano eletti.
Oggi, essi non guardano ai propri errori, ma preferiscono attaccare chi ha osato dire No, nonostante i ricatti, per fermare un altro errore, il più grande, di un ragazzo diventato arrogante ai limiti della patologia, eccessivamente legato a gruppi economici che sulla scelta della forma dello Stato non dovrebbero mai riuscire ad esercitare influenza.
Alla fine di tutto, le dimissioni non erano in ballo fino a quando non le ha prospettate lui, con un azzardo incomprensibile.
Non le volevamo le sue dimissioni, noi che abbiamo votato per rifiutare una riforma pessima e pericolosa. Volevamo risposte, ascolto e un cambio di rotta.
Pertanto, se oggi Grillo e Salvini, nella loro riconosciuta e immutabile ottusità, continuano ad agire come prima, ossia a testa bassa e chiedendo elezioni anche senza una legge adeguata (altro regalo dell’arroganza di Renzi), è semplicemente perché qualcuno ha deciso di puntare tutto il proprio patrimonio politico su un giro di roulette che non era necessario.

La cosa peggiore è che quel qualcuno continua a tirare dritto, a vivere di scontri e rese dei conti, senza comprendere, senza saper leggere, da ignorante non tanto della politica quanto dei bisogni di questo Paese e del tempo in cui viviamo. Con l’aggiunta di una lieve sfumatura di vittimismo compassionevole che è del tutto fuori luogo.
Renzi e il suo gruppo di comando ci hanno costretto all’instabilità. E noi ce ne faremo una ragione, almeno noi che ci viviamo da anni.
Il sole sorgerà ugualmente e la democrazia non è affatto morta.
Si voterà, ci saranno vincitori e vinti, governi e opposizioni, ma nessuno, grazie anche a quel No, potrà sfasciare il Paese con maggioranze bulgare prive di contrappesi.
E la sinistra? Bella domanda. Ma questa risposta me la riservo ancora per qualche giorno.

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