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L’apocalisse è rinviata

 

Primo giorno, dopo la crisi del mondo. “Il No non scuote borse e spread”, scrive il Sole. Devono essersi distratti, questi “mercati” che avrebbero dovuto farci paura. Eppure tutti i giornali parlano delle “incognite del dopo Renzi” e “del periodo di incertezze che si apre per l’Europa” (cito Le Monde). E il destino dell’uomo che borse e Unione Europea, banche e socialisti avrebbero voluto veder vincere e che invece ha perso? La Stampa ci fa sapere che vorrebbe “mollare tutto”, “togliersi di torno”, prendersi “un anno sabbatico e andare in America”. Vorrebbe, ma non glielo fanno fare. “Dimissioni congelate” dopo il colloquio al Quirinale, Corriere. Il Fatto, che sotto il titolo Renxit racconta il lungo addio, sostiene che Mattarella lo ha messo in riga: “prima approvi la manovra poi te vai”. Tu l’hai voluta così la legge di stabilità, con troppe mance elettorali ma entrate incerte e una tantum: tu ora dovrai approvarla con i voti del Pd, di Verdini e di Alfano. Renzi è rimasto senza parole: “non potevo comportarmi come il bambino che fa i capricci e si porta via la palla perché ha perso la partita”. Il Giornale teme un complotto: “C’è aria di truffa. Renzi non si dimette”. Per ora!

Perché forse l’apocalisse è solo rinviata. Come la flotta inglese, che levò le ancore il 2 aprile del 1982 per portare la guerra nelle isole che i sudditi di sua maestà chiamano Falkland e gli argentini Malvinas, ma che arrivò a destinazione solo dopo 2 mesi e mezzo dopo, il 14 giugno, così Renzi vorrebbe muovere la flotta ma per colpire in febbraio. “Renzi, voglio il voto subito”, titola Repubblica. Subito cioè a febbraio. spiega al Corriere il prode Alfano. Mentre Lotti rassicura: abbiamo il 40 per cento dei voti (noi della maggioranza per Renzi) seggi assicurati alla Camera e al Senato, per Lupi, Lorenzin, Chiti, Puppato e pure Verdini. Qui, bisogna dirlo, Renzi trova un alleato proprio tra i 5 Stelle. I portavoce del Grillo hanno infatti sostenuto che si può votare con l’Italicum, non appena la Consulta avrà statuito come modificare quella legge, e anche al Senato in quattro e quattr’otto si può varare un Italicum bis. Dunque, ricapitoliamo: Renzi si sacrifica, rimanda il viaggio in America, “blinda” (come scrive la Stampa) Pd e maggioranza e prepara l’Armageddon, il giudizio finale. Febbraio, capi lista scelti da Renzi e Grillo, premio spropositato a chi prevale anche per un voto al ballottaggio. Alla fine uno solo resta in sella, tutti gli altri disarcionati e calpestati dai cavalli. Alla faccia dei 19 milioni di cittadini che hanno votato. Anche il terzo incomodo, Salvini si dice pronto: primarie a gennaio, poi elezioni. Berlusconi lo chiama, ma non è d’accordo.

Ma che sei matto? Anche “Il Pd esplode: follia votare subito”, annota Repubblica. E Stefano Folli: “Se Renzi intende sventolare la bandiera del 40 per cento in faccia ai suoi avversari, è plausibile che il partito si spacchi in modo clamoroso e definitivo. Parlare e agire da vincitore dopo una battaglia persa significa gettare molta benzina sul fuoco. Difficile che stavolta la sinistra si lasci annichilire”. Apre la pagina word anche il più noto giurista per il Sì, l’amico di Napolitano Sabino Cassese. Sottolinea l’improponibilità di andare al voto con 2 leggi elettorali che darebbero 2 diverse maggioranze. Torna ai classici Cassese, cita Kelsen e Schumpeter e, forse stanco dell’appoggio offerto a Renzi, ora sembra vagheggiare il “modello tedesco, che corregge la formula proporzionale con una soglia di sbarramento e con la sfiducia costruttiva”. Da parte sua Financial Times avvisa che “JPMorgan e Mediobanca” non sono riusciti a convincere gli emiri del “Qatar a pompare denaro nel Monte dei Paschi”. Perciò dopo la sconfitta di Renzi, la banca dovrà essere salvata a spese di noi italiani, in pratica nazionalizzata. Unicredit e Banco Popolare non stanno meglio, sostiene il giornale dei mercati. Non si può dire che il premier lasci la scrivania pulita e prima del voto toccherò rimediare a taluni suoi “peccati”. Quanto a me vorrei che si andasse a votare il prima possibile, ma con una legge elettorale coerente, che non preveda nominati né un premio truffa, che trasformi una delle 3 o 4 minoranze in una maggioranza assoluta e autonoma.

L’analisi del voto. Paradossi della rottamazione: i giovani hanno tradito il giovane Presidente del Consiglio. Tra i 18-29 anni il 61% ha votato No, tra i 30 49 anni il No è salito addirittura al 69%. Solo gli over 65 hanno votato in maggioranza (54%) Sì. Quanto alle categorie professionali, lavoratori autonomi (76% No), disoccupati (72%), casalinghe 68 e operai 66% di No. Invece una maggioranza di pensionati (55%) ha sostenuto il Sì. Gli elettori che dichiarano di votare Pd si sono mostrati fedeli alle consegne (80% con Renzi), così come quelli orientati verso i 5 Stelle (all’88% per il No). In tutte le altre formazioni politiche il livello di infedeltà ai capi sarebbe stato più alto. Dislocazione territoriale del voto. Italia del nord, No al 56%, un po’ meno della media nazionale. Regioni rosse, 59% dei No, come la media). Sud e Isole, No al 61, con punte che raggiungono 71% in Sicilia e del 72% in Sardegna. Alle urne, 32 milioni di italiani. Davvero tanti. Pare proprio che la campagna pervasiva di Renzi, del partito di Renzi, dei giornali e delle televisioni che hanno appoggiato Renzi, del governo, dei Presidenti delle Regioni e dei sindaci con Renzi, dei comitati per il Sì, abbia avuto successo. Ogni famiglia, ogni gruppo di amici al bar, è stato indotto a valutare la Costituzione e la proposta di cambiarne 47 articoli. Per ogni 2 che si sono convinti, altri 3 han votato No!

Da corradinomineo

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