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Amianto, il delitto perfetto. Assolti gli imputati al processo per le morti al petrolchimico di Ravenna

 

Franco Farneti aveva fretta. Per capirne il motivo era sufficiente osservare la sua faccia scavata fino alle ossa, i suoi zigomi appuntiti e sporgenti, la sua pelle ormai sbiadita. Quando accavallava le gambe o incrociava le braccia assomigliava ancora di più ad un mucchio d’ossa accatastate. Solo i suoi occhi erano sempre vividi e taglienti. Uno sguardo di fronte al quale chiunque avrebbe fatto fatica a mentire. Franco Farneti era impaziente di deporre davanti alla corte d’Assise di Ravenna nel processo per le morti da amianto al petrolchimico. Sapeva bene che il suo tempo era sabbia che scivolava velocemente dentro una clessidra, segnando mesi, settimane e giorni che lo separavano dalla morte. La sua disamina sul tempo era tanto chirurgica quanto cinica: “ho un mesotelioma pleurico, uno col mio male campa al massimo un anno. Sono già passati sei mesi. Ne mancano ancora sei, non ho molto tempo”. Per questo era impaziente di dare la sua testimonianza. Le parole di un malato terminale, di un uomo che la medicina non era più capace di curare, forse ormai nemmeno di lenirne i dolori; più morto che vivo, ma ancora in grado di ricostruire cosa succedesse all’interno del “Gigante di Ravenna”, uno dei più grandi impianti chimici d’Europa, voluto da Enrico Mattei nel 1956. Quella palude diventata nel giro di due anni una fabbrica all’avanguardia, espressione perfetta del miracolo italiano. Chi, come Farneti, lo vide nascere, il “Gigante di Ravenna”, se ne innamorò e non riuscì a volergli male nemmeno quando i propri polmoni iniziavano a gonfiarsi d’acqua per colpa dell’amianto. Farneti ricostruì quegli anni con precisione: “tutti respiravano l’amianto per il semplice fatto che laddove si lavorava con il calore c’era l’amianto”.

Le officine, le turbine, i magazzini, c’era ovunque una patina bianca come farina, che ricopriva ogni cosa. “Quando rientravamo dal lavoro era come se fossimo stati a lavorare in un mulino”, ricorda Sauro Staffa, saldatore, “eravamo tutti bianchi. Si attaccava alla pelle, ai capelli, alle sopracciglia”. Quella polvere bianca era amianto. Un minerale fantastico, con 3mila utilizzi diversi nell’industria. Capace di isolare e coibentare, di resistere ad ogni temperatura, capace anche di insinuarsi per le vie respiratorie fino a depositarsi nei polmoni. Che fosse nocivo era noto fin dai primi del 900. Negli Stati Uniti ci si interrogò sulla moria di muratori stroncati da tumori ai polmoni. In comune avevano una sola cosa: maneggiavano, frantumavano, spostavano, impilavano mattoni in fibra di amianto. Fu subito accantonato. L’industria di tutto il mondo allora doveva decidere se abbandonare un materiale economico ed insostituibile per le sue capacità, o abbandonare gli operai ad una sorte terribile. In Italia si scelse la seconda. Anche perché le malattie da amianto, con il testa il mesotelioma pleurico, un tumore alla pleura, la membrana che avvolge i polmoni, si può manifestare anche 40 anni dopo il “contagio”. Il tempo utile ad annacquare le responsabilità, a confondere le prove, a dar modo alle prescrizioni di cancellare reati e colpevoli.

E’ questo il problema ricorrente in ogni processo sull’amianto. Se non puoi stabilire con certezza il momento del contagio, il luogo del contagio, non puoi dimostrare univocamente le responsabilità. Se un operaio, ad esempio, ha lavorato per più aziende che utilizzavano amianto, non puoi dimostrare con facilità in quale momento si sia ammalato e quindi individuare i colpevoli. Questo perché la legge cerca di individuare l’evento unico che procura la morte o le lesioni, come per l’operaio che cade da un’impalcatura o rimane ferito da un incendio. Per l’amianto però è diverso: far lavorare un operaio a contatto con l’asbesto non dà la certezza che si ammali, ma ne aumenta esponenzialmente il rischio. Questo passaggio non sempre viene accolto nelle sentenze. Franco Farneti questo lo ha capito col tempo: “Bastava che un caporeparto mi dicesse: Farneti vieni via da lì, che quella roba fa male. Ma nessuno mi disse niente”. Quel silenzio diventa il nodo di ogni processo, perché quel silenzio ha condannato a morte migliaia di operai. Ma anche la legge ha fatto il suo: mettendo al bando l’amianto solo nel 1992, e non imponendo un vero piano di smaltimento. La sottovalutazione del problema è certamente una delle cause di questo disastro che uccide una persona ogni tre ore solo in Italia. “Quello dell’amianto è un buco nero di omissioni” ha detto Roberto Riverso, ora giudice in Cassazione, per tanti anni giudice del lavoro proprio a Ravenna. Un buco che riguarda anche la giustizia, ammette Riverso, viste le sentenze di condanna (come nei casi Olivetti, OGR, ecc.) e di assoluzione per casi piuttosto simili. “ Serve una giurisprudenza più uniforme, ha aggiunto Riverso, anche perché nelle aule di giustizia la parola amianto verrà pronunciata ancora per molto”.

A Ravenna gli operai hanno iniziato ad ammalarsi e morire in maniera massiccia quando ormai la fabbrica aveva chiuso. Ci sono voluti 5 anni perché la procura di Ravenna raccogliesse le prove e istruisse un processo individuando 21 imputati fra dirigenti e responsabili dei vari settori, accusati di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose. Le morti contestate 38, gli ammalati 37, 113 gli anni di galera chiesti, 850 mila euro il risarcimento per ogni morto. Ma i numeri sono parziali, perché, vista la latenza del male, il picco delle morti da amianto si avrà solo fra 10 anni e poi perché nella contabilità dei decessi mancano gli studenti. Tutti gli ex-operai ricordano le decine di ragazzi, che per racimolare qualche soldo, ogni estate entravano nel Gigante a riposo per scoibentare i chilometri di tubi del vapore. Picchiavano con un martello scrostando via l’amianto senza alcuna protezione, respirando la polvere per giorni. Per limitare il pericolo sarebbe bastato usare mascherine di protezione e bagnare con l’acqua i tubi da scrostare in modo da ridurre la diffusione di polvere nell’aria, ma lo smaltimento dell’amianto si pagava a peso, e i detriti bagnati sarebbero costati di più, quindi si preferiva lasciare gli studenti e gli operai immersi nella nuvola di amianto. “Per proteggermi mi avevano dato guanti di amianto, una coperta di amianto, un grembiule di amianto, è già troppo che sono ancora vivo”, ricorda Sauro Staffa. “Pizzicavo con le dita l’amianto dai sacchi come si fa a tavola con il sale”, ricorda invece Giovanni Mongardi. Il risultato di queste condotte lo ha reso plastico il medico del lavoro Roberto Calisti che ha denunciato come l’incidenza di tumori all’interno della fabbrica fosse mille volte il normale. Questi sono tutti elementi emersi dalle testimonianze processuali, elementi univoci che però anche in questo caso non hanno portato ad una condanna. La corte d’assise di Ravenna ha assolto gli imputati da tutti i casi di omicidio, punendo con pene di otto mesi, poi sospese, solo per un caso di lesioni. Le motivazioni chiariranno il ragionamento della corte, di certo ci saranno gli appelli e altri processi. Ma la sensazione fra gli operai, e fra i loro familiari è sempre la stessa: di profonda ingiustizia. Franco Farneti dopo aver deposto in tribunale si è lasciato andare, e come aveva previsto, si è spento prima del pronunciamento della sentenza. Nell’ultimo colloquio disse: “vorrei andarmene velocemente, senza soffrire troppo, senza gli atroci dolori che mi aspettano”. Non è stato cosi, ma almeno si è risparmiato il dolore per una sentenza che non ha saputo spiegare nemmeno la sua morte.

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