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Trump sarà il presidente del “ritiro” americano?

 

Come appare il mondo dei conflitti oggi? In queste ore ne abbiamo una accuratissima rappresentazione. “I diplomatici negoziano senza che tutte le parti siano coinvolte, i civili sono privi di protezione, gli ospedali diventano obiettivi militari, i tanti gruppi combattenti evocano la vecchia guerra mercenaria, mancano acqua e viveri, ma circolano liberamente armi di ogni tipo. Testimone di questi accadimenti, anche la diplomazia assiste ad alcune trasformazioni: nel negoziato, l’unilateralismo diventa esclusiva ricerca di interessi diversi all’oggetto della trattativa; l’immobilismo giustifica la cosiddetta no action delle competenti istituzioni internazionali; l’anestetizzazione delle coscienze crea indifferenza e abitudine, due potenti elementi che dall’agorà – magari quella dei social media – si trasferiscono facilmente nelle Cancellerie.” Queste parole del segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, fotografano infatti con drammatica accuratezza la realtà di oggi. Che è la realtà del mondo prima della presidenza Trump. Un uomo al quale il più stretto collaboratore di papa Francesco si è rivolto così: “facciamo gli auguri al nuovo presidente perché il suo governo possa essere davvero fruttuoso e assicuriamo anche la nostra preghiera perché il Signore lo illumini e lo sostenga al servizio della sua patria, naturalmente, ma anche a servizio del benessere e della pace nel mondo. Credo che oggi c’è bisogno di lavorare tutti per cambiare la situazione mondiale, che è una situazione di grave lacerazione, di grave conflitto”.

Parole non di circostanza, adeguate cioè a una situazione che di “circostanza” non è. Il servizio alla sua Patria ma anche alla pace nel mondo indica con accuratezza il grande quesito che tanti si pongono in queste ore: Trump sarà il presidente del “ritiro” americano? Protezionismo e isolazionismo sono le parole che maggiormente si inseguono. Eppure Trump dicendo che Putin è stato un leader migliore di Obama non ha dato atto a Putin di aver ridato al suo paese quel prestigio, quel peso in tanti scenari, che sembrava perduto? A guardare tra i testi divulgati da leader mondiali dopo l’elezione di Trump colpisce l’ansia di alcuni “uomini forti” ma malfermi, come l’egiziano al-Sisi e il turco Erdogan, di avere subito conferme da Trump. Il ritiro americano sia un nuovo patto “per la stabilità”, a partire da quella dei nostri regimi. Acquietare il mondo in tempesta, sembrano dirgli,  significa dare a noi il nostro. Subito.

Un messaggio che dal loro punto di vista è comprensibile, ma certamente meno profondo di quello inviato da papa Francesco, proprio in questi giorni. Proprio nelle ore che hanno preceduto la  vittoria di Trump, Bergoglio ha ricevuto in Vaticano i rappresentanti dei movimenti popolari di tutto il mondo, e parlando con loro ha citato Martin Luther King, ricordando che disse: “Quando ti elevi al livello dell’amore, della sua grande bellezza e potere, l’unica cosa che cerchi di sconfiggere sono i sistemi maligni. Le persone che sono intrappolate da quel sistema le ami, però cerchi di sconfiggere quel sistema […] Odio per odio intensifica solo l’esistenza dell’odio e del male nell’universo. Se io ti colpisco e tu mi colpisci, e ti restituisco il colpo e tu mi restituisci il colpo, e così di seguito, è evidente che si continua all’infinito. Semplicemente non finisce mai. Da qualche parte, qualcuno deve avere un po’ di buon senso, e quella è la persona forte. La persona forte è la persona che è capace di spezzare la catena dell’odio, la catena del male» (n. 118; Sermone nella chiesa Battista di Dexter Avenue, Montgomery, Alabama, 17 novembre 1957). Questo lo ha detto nel 1957.”

L’enorme attualità del pensiero di Martin Luther King e dell’indicazione di papa Francesco la spiegano nel più inquietante dei modi i commenti che giungono da importanti leader del terrorismo di matrice islamista, che, nel loro universo intriso di odio  “plaudono” alla vittoria di Trump, prodotto a loro modo di vedere di un mondo orrendo, corrotto. Come ha rivelato uno dei migliori giornalisti britannici, Alex Rowell,  Abu Muhammad al-Maqdisi, ritenuto il più autorevole ideologo del jihadismo qaedista, “ la presidenza Trump può essere l’inizio della frammentazione dell’America, l’inizio della sua fine, perché ne rivela la natura razzista, quella che il suo predecessore nascondeva”.  E in Siria, l’esponente del gruppo jihadista Jabhat Fatah al-Sham , Hamza al-Karibi ha aggiunto che “la vittoria di Trump è uno schiaffo potente a chi promuove la democrazia.”

Nessuno più di loro è in grado di farci capire perché  quella di Martin Luther King e di Bergoglio non sia l’indicazione di un sogno, ma di una metodologia di cui abbiamo urgentissimo bisogno. La diplomazia di papa Francesco appare l’unica, in questa fase difficilissima, capace di consentirlo. Come? Indicando non la strada di unilateralismi o di ritiri, ma della “forza” intesa come capacità di spezzare la catena dell’odio.

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