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25 gennaio – 25 ottobre: nove mesi dalla scomparsa di Giulio Regeni

 

Nove mesi fa, al Cairo, scompariva Giulio Regeni. Di passi avanti importanti, ai fini della ricerca della verità su chi lo ha arrestato, fatto sparire e torturato a morte, ne sono stati fatti ben pochi. Un mese e mezzo fa, la magistratura egiziana ha fatto sapere alla procura di Roma che Giulio, al Cairo, era stato spiato per tre giorni; poi fonti di stampa locali hanno dato la notizia che forse c’era un sospetto (un funzionario che avrebbe agito autonomamente) sotto indagine. Tutto qua.

Dal lato italiano, il governo sembra ripensare persino all’unica decisione sin qui presa nei confronti del Cairo: il ritiro temporaneo dell’ambasciatore. La sensazione sempre più forte è che si cerchi una soluzione “onorevole” per superare questi mesi di crisi e riprendere sereni rapporti bilaterali.  Chiudendo in qualche modo la vicenda dell’uccisione di un ragazzo italiano e tornando a chiudere gli occhi sulle uccisioni dei ragazzi egiziani.

Vorremmo sperare che la pretesa della verità da parte delle istituzioni italiane stia proseguendo, magari anche attraverso negoziati non pubblici e non visibili. Quello che vediamo, come l’ignobile vicenda della rimozione degli striscioni, da Trieste a Cento, sembra invece rispondere all’obiettivo di cui scrivevo sopra. Vorremmo essere tranquillizzati dal governo italiano che, come si ripeteva mesi fa, “non ci accontenteremo di nient’altro che la verità” e che non sarà accettata alcuna “verità di comodo”. Parole del genere non le sentiamo più da un po’ di tempo.

Nel frattempo il “giallo Giulio” riempie le piazze. Oggi a Bologna, domani a Gorizia, dopodomani da qualche altra parte. Giorno dopo giorno, Giulio non è memoria ma è lotta per la verità.
Questo paese è allenato, purtroppo, a resistere al passare del tempo, ad aspettare a lungo per ottenere verità. Se a Roma o al Cairo c’è qualcuno che pensa che la richiesta di verità per Giulio Regeni si sta affievolendo o si affievolirà, sta sbagliando di grosso.

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