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Tre debolezze e una disfatta

 

Non sorprende che sia finito così, anche perché non sarebbe potuto andare diversamente: quando a incontrarsi sono tre debolezze, come quelle rappresentate dalla cancelliera Merkel, da un presidente al canto del cigno come Hollande e da un uomo che ha preso in giro troppa gente per troppo tempo come Renzi, l’esito non può che essere quello cui abbiamo assistito al vertice di Bratislava.
Un fallimento annunciato, un incontro totalmente inutile, buono unicamente per sancire l’addio del Regno Unito e l’inizio di una nuova fase per il Vecchio Continente, all’insegna della preoccupazione e dell’incertezza.

Perché l’Europa così non va da nessuna parte, semplicemente non esiste, non ha senso, non ha una funzione riconosciuta che sia una e non è moralmente accettabile. Un ricettacolo di rancori e di pregiudizi, di chiusure e di egoismi, di muri e di proposte di ritorno a una sovranità nazionale ormai priva di senso, a un passato che non può tornare e a un isolazionismo che non conduce da nessuna parte: questo è diventata l’Europa negli anni che stiamo vivendo; una stagione triste e disperata, caratterizzata dall’incapacità di stare insieme e di trovare quell’unità d’intenti e di destini senza la quale tutto perde di senso e si annulla il valore stesso del nostro essere una comunità.

Spiace dirlo perché a marzo saranno sessant’anni dalla ratifica dei Trattati di Roma con i quali venne istituita la Comunità Economica Europea (CEE) ed ebbe inizio il sogno che ci avrebbe condotto, quarant’anni dopo, alla nascita della moneta unica.
Spiace dirlo perché siamo ben coscienti che senza l’Europa saremmo tante zattere alla deriva in un mare di odi e di violenze, di disoccupati, di poveri e, soprattutto, di folle rabbiose che non contano nulla, nel contesto di un mondo sempre più ampio e globale.
Spiace dirlo perché Italia, Francia e Germania sono i tre pilastri sui quali si fonda questo progetto: dalla Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 fino all’incontro fra Kohl e Mitterrand nel cimitero di Verdun (era l’84) e all’ingresso del nostro Paese nell’euro, grazie alla lungimiranza di  due grandi italiani quali Ciampi e Prodi.
Spiace dirlo perché siamo costretti a prendere atto di ciò che, in fondo, già sapevamo da settimane, ossia che la carnevalata svoltasi a bordo della portaerei Garibaldi al largo dell’isola di Ventotene altro non era che l’ennesimo spettacolo propagandistico di un premier che cerca di darsi un tono da statista salendo sulle spalle dei giganti che lo hanno preceduto, salvo poi precipitare rovinosamente a terra, in quanto incapace di replicarne i comportamenti, di esprimerne la visione europeista e di farne propri gli insegnamenti, assumendo il profilo maturo che sarebbe richiesto a chi ricopre un incarico tanto gravoso e delicato. Invece niente: insiste, imperterrito, a fare il Pierino, il bimbetto capriccioso che punta i piedi e batte i pugni sul tavolo, arrivando persino ad annunciare che sull’immigrazione farà da solo, quando sa benissimo che nessuno può affrontare da solo un argomento tanto complesso e decisivo per il nostro futuro. Oltretutto, questo proclama autarchico giunge dalla stessa persona che un anno e mezzo fa abolì Mare Nostrum per compiacere le richieste di un Alfano preoccupato dalla concorrenza a destra di Salvini, ossia da un presidente del Consiglio che avrebbe avuto la possibilità di condurre l’’Europa su posizioni di progresso e di civiltà e, invece, oltre a vanificare il semestre europeo a guida italiana con un’irrilevanza sulla scena internazionale che grida vendetta davanti a Dio, ha anche fatto compiere un passò indietro al nostro Paese in uno dei pochi ambiti nei quali sarebbero stati gli altri a doversi uniformare ai nostri standard di rispetto per la vita umana.
Spiace dirlo, ma questo presidente del Consiglio che batte continuamente cassa e chiede flessibilità ogni volta che deve presentare una manovra finanziaria e prontamente la spreca in bonus e mance elettorali, non ha un progetto strutturale, non ha una visione e non riesce a rilanciare l’economia, avendo varato norme come il Jobs Act che hanno sortito come unico effetto quello di garantirgli una stampa favorevole e il sostegno di quella galassia piccolo e medio imprenditoriale che, a sua volta, annaspa a causa di un clamoroso vuoto di idee e di capacità di innovare e fare i conti con la modernità, preferendo affidarsi a una drammatica compressione dei diritti dei lavoratori che, oltre a non generare un solo posto di lavoro in più, rende ancora più precari e insoddisfatti coloro che un lavoro oggi ce l’hanno e sono chiamati a difenderlo con le unghie e con i denti, rendendosi per questo meno produttivi.

Senza contare che il nostro eroe non ha saputo approfittare nemmeno dell’iniezione di liquidità e della boccata d’ossigeno garantita da Draghi attraverso il Quantitative Easing, nonostante quest’ultimo abbia fatto tutto ciò che era in suo potere per fargli capire che senza un piano industriale e una proposta concreta di rilancio dell’economia, la sua possibilità di incidere e di rimettere in carreggiata l’automobile Italia, che da una ventina d’anni viaggia contromano, era più che mai limitata.

Quanto a Hollande, è praticamente un ex presidente, in caduta libera nei sondaggi e con almeno metà del suo partito che vorrebbe puntare su qualcun altro per tentare di arrivare almeno al ballottaggio contro Marine Le Pen o uno fra Sarkozy e Juppé.

Il nostro paga l’arroganza e la tracotanza dimostrata in occasione dell’approvazione della Loi travail, la pessima gestione della sicurezza interna, la scelta, incomprensibile, di avvicendare un primo ministro serio e preparato come Ayrault con una catastrofe umana e politica come Valls, la decisione, anch’essa incomprensibile, di affidarsi al disastroso Macron per gestire i conti pubblici e i continui strappi a sinistra, con annesse umiliazioni e prepotenze, che hanno condotto il Front de Gauche di Mélenchon ad un passo dal Partito Socialista.

L’unica speranza è che in Francia, alla fine, prevalga lo spirito repubblicano del 2002 e si scongiuri l’affermazione della figlia di un fascista mai pentito, riverniciata per l’occasione ma, in realtà, intrisa delle stesse idee meschine del padre. Il guaio è che non si staglia all’orizzonte uno Chirac e che il discreto gaullista Juppé trasmette un senso di affidabilità e competenza ma non scalda i cuori.
Quanto alla Cancelliera, spiace dirlo, ma se l’è andata a cercare. Dopo undici anni di governo, infatti, inizia a pagare con gli interessi l’errore madornale compiuto nel 2010, quando, per meri fini elettoralistici, decise di non salvare la Grecia, innescando un effetto domino che ha investito l’intero Sud Europa e ora le si ritorce contro.

Perché è vero che il propulsore principale degli anti-europeisti di Alternative für Deutschland è la questione migratoria (a proposito della miopia di chi si illude di poter agire da solo in un campo minato di queste dimensioni), ma è altrettanto vero che anch’essa si sarebbe potuta gestire meglio, e con maggiore buon senso, se gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo fossero stati lasciati meno soli negli anni precedenti e, soprattutto, messi nelle condizioni economiche di farsi carico, in qualche modo, di tanto dolore, sofferenza e disperazione.

La Merkel paga oggi per il suo egoismo e la sua miopia in alcuni ambiti specifici: elementi che, purtroppo, finiscono con l’offuscare anche il comportamento saggio e da vera statista che tenne un anno fa, quando aprì le frontiere tedesche ai profughi siriani in fuga dalla guerra, in seguito all’emozione suscitata dall’immagine del piccolo Aylan morto sulla riva della spiaggia turca di Bodrum.
Tre debolezze e una disfatta, mascherata dai sorrisi di circostanza di Ventotene ed emersa in tutta la sua gravità a Bratislava e nelle due tornate elettorali che hanno visto il significativo arretramento della CDU e la preoccupante ascesa dell’AfD di Frauke Petry. E la radice di questo disastro, sia pur con sfumature diverse, risiede nella comune scelta di concedere l’egemonia culturale agli avversari, mettendosi al rimorchio delle loro tesi strampalate e consentendo alle formazioni populiste di dettare l’agenda politica e di imporre la propria visione abietta della società e del futuro.

Le forze storiche della democrazia europea si sono arrese alla barbarie, a dimostrazione che è sempre preferibile perdere piuttosto che perdersi, in quando da certe sconfitte è estremamente difficile rialzarsi.

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