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Perchè Trump fa paura

 

Il fantasma semina paura soprattutto in America perché ha preso le sembianze di un miliardario con i capelli color pannocchia che si chiama Donald Trump, ha settant’anni e sembra avere molte consonanze con quello che definiscono il nuovo zar russo e si chiama Vladimir Putin. E  si propone come uomo forte, refrattario ai compromessi con un linguaggio spiccio e lontano dal politicamente corretto.

In  pochi gli davano grandi chance. Ma è riuscito contro ogni  pronostico a vincere la convention repubblicana e corre per la Casa Bianca (si vota l’8 novembre) contro un avversario, Hillary Clinton, azzoppata dalla diffidenza che circonda le èlite e soprattutto dalla malattia, una polmonite che nascosta ma palesata in pubblico da uno svenimento improvviso durante la cerimonia a Washington per il 15mo anniversario dell’11 settembre del 2001. L’omissione è l’ultima di una catena che ha accompagnato l’ex segretario di Stato in tutta la sua carriera. E le omissioni di questo genere sono parenti strette di quelle bugie che gli americani non perdonano ai politici. Alcuni sondaggisti danno già per favorito il superpopulista Trump anche se ora è alle prese con una inchiesta sulla regolarità delle donazioni alla sua Fondazione. Le cancellerie tremano. Un eventuale successo di Trump potrebbe essere il varco entro il quale possono infilarsi altri suoi consimili all’insegna del motto: se succede a Washington, perchè non in Europa?

Nell’Europa resa fragile da una crisi economica che dura ormai da otto anni, resa insicura dalle scorribande del terrorismo islamista sul suo suolo, spaventata dall’esodo biblico delle migrazioni, monca della sua sponda inglese, attraversata dai venti autonomisti ,il 2 ottobre si gioca la partita preliminare per la sopravvivenza dell’Unione.

Il match si svolge in un Paese all’apparenza secondario, l’Ungheria, con un esito che sembra scontato e che potrebbe avere esiti incendiari per il vecchio Continente. Si terrà infatti il referendum promosso dal governo ultranazionalista di Viktor Orban e i cittadini dovranno rispondere alla seguente domanda :”Volete che l’Unione Europea decreti una rilocalizzazione obbligatoria dei cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del Parlamento ungherese?” Il vantaggio del no appare incolmabile:il 71 per cento contro il 13 % dei sì e il 15% di indecisi.

Per Orban il sistema delle quote deciso a Bruxelles “ridisegnerebbe l’identità etnica,culturale e religiosa del Paese”. Viene imposta per la solidarietà comunitaria si chiede a Budapest che accolga 1300 profughi su una popolazione di 10 milioni di abitanti. Tanto è bastato a spingere il governo a scatenare una campagna dai toni terroristici  in cui i migranti sono additati come responsabili di ogni nefandezza, dagli attentati terroristici alla violenza contro le donne.

Diecimila soldati sono stati mandati a presidiare le frontiere ed è stato eretto un muro di filo spinato lungo 175 chilometri a ridosso del confine. Una ribellione così estrema a una decisione dell’UE rischia di minare l’intera impalcatura dell’Unione a 27 membri. Non a caso,si  è già alzata la voce di un ministro degli Esteri,quello del Lussemburgo, Jean Asselborn che chiede l’espulsione dell’Ungheria dall’Unione. E in questo momento il Lussemburgo esprime il presidente della Commissione Jean Claude Junker.

Il 29 ottobre prossimo in Islanda, nelle elezioni anticipate dopo che il primo ministro aveva dovuto dimettersi a causa dello scandalo dei Panama Papers potrebbe vincere il Partito Pirata che propugna democrazia diretta,legalizzazione delle droghe leggere e l’asilo politico per Edward Snowden, diversamente populista.
In Austria dopo che tutto sembrava risolto in senso democratico con la vittoria del verde Alezander van der Bellen che aveva ottenuto il 50,3 % dei voti si è scoperto che nelle schede per corrispondenza sono state riscontrate irregolarità tali da far invalidare l’esito. E a dicembre sembra probabile che venga eletto Hofer che sembra veleggiare verso il successo perchè è basato su più sicurezza e meno immigrazione.Una specie di ripetizione della strategia di Trump.
In Olanda le elezioni sono fissate per il 15 marzo 2017 e se dovesse vincere il Partito della Libertà guidato da Geert Wilders,alleato a livello internazionale con il Front National di Marine Le Pen.
Quelle francesi saranno le elezioni più importanti di Europa e si faranno tra il 23 aprile e il 7 maggio 2017.Marine cerca di ripulirsi delle scorie postfasciste ereditate dal padre.E se vincesse Marine si affreterebbe a promuovere il referendum per uscire dall’Europa come ha fatto  l’Inghilterra di David Cameron.

Infine le notizie politiche che arrivano dalla Germania con i successi di Alternativa per la Germania e gli insuccessi, sia pure relativi, di Angela Merkel non fanno che aumentare i timori di diffusione sempre maggiore del morbo populista se non cambierà politica soprattutto sull’emigrazione. Dunque serve una politica più solidale che apra alla flessibilità anche in Europa.

Speriamo che gli statisti europei se ne accorgano in tempo.

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