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Shimon Peres, falco o colomba?

 

Il cammino di Shimon Peres, il presidente dello Stato di Israele morto qualche ora fa a 93 anni, è stato lungo e tutt’altro che facile per il periodo storico che ha attraversato.  L’ex presidente israeliano, prima di diventare un allievo fedele di Ben Gurion studiava alla scuola agricola e si occupava di bestiame nella Galilea in cui era arrivato nel 1934 in fuga dall’attuale Bielorussia, l’allora Polonia in cui stretto giro di tempo sarebbe stato  bruciato vivo l’amato nono materno.

Il futuro premio Nobel per la pace ne andava fiero. I generali duri  puri invece non gli hanno mai perdonato questo pedigree interamente civile che pure non gli avrebbe impedito di sedere sulla poltrona di direttore generale della Difesa a soli 28 anni quando Ben Gurion lo considerava il suo allievo preferito. Ma la stretta di mano agli albori della prima intifada dei palestinesi che il mondo giudica come il suo maggior successo diplomatico con Arafat non è mai stato altrettanto apprezzata dagli israeliani, sempre più critici negli anni a venire di una scommessa che avrebbe incrociato prima l’assassinio di Rabin(e la sconfitta di Rabin alle elezioni del ’96) e poi in  crescendo tragico,la seconda Intifada,la stagione di Hamas a scapito dell’unità dei palestinesi e l’afasia politica attuale. In Patria Peres è tutto quello che il mondo conosce meno di lui.

La tenacia con cui – dicono i più progressisti tra i giovani israeliani  (il falco dell’Haganah rivelatosi colomba) – ha aiutato il Paese a “pensare fuori della scatola” ma portandolo anche assai più materialmente a sconfigger un’inflazione al 400% a metà degli anni Ottanta. L’attenzione con cui sapeva ascoltare l’ascoltatore indipendentemente da chi fosse, come quella volta che, atterrando in Sardegna, si fermò a parlare a lungo con la hostess  a cui aveva chiesto informazioni sul sistema idrico dell’isola e sull’approvvigionamento d’acqua (si raccontò anche di come potesse diventare brusco una volta che l’interlocutore si faceva pedante o si dilungava troppo).

La determinazione con cui il due volte primo ministro di Israele e sei volte ministro portava avanti la propria idea persino in modo autonomo del governo di cui faceva parte. Quando il 27 giugno 1978 l’Airbus A300 partito da Tel Aviv viene dirottato da un commando palestinese tedesco ad Entebbe c’è Rabin alla cabina di comando. Ma è il ministro della Difesa Peres che forza la mano, insiste per non arrendersi ai terroristi con i colleghi titubanti e quando Rabin alla fine dà il via libera all’intervento i suoi militari stanno già sorvolando l’Egitto allora nemico alla volta dell’Uganda. Non pago delle notizie ricevute in un altro viaggio che fa a Roma,nella culla della cristianità, chiede a un giovane giornalista di un quotidiano israeliano di seguirlo alla cena con l’allora sindaco di Roma,Rutelli,e all’udienza con il Pontefice affinché  anche gli altri, come lui, arricchiscano la loro posizione di elementi reali.  E’ stato un sognatore Shimon Peres. Su questo anche i suoi detrattori(tutti ne hanno)non avranno da obbiettare.

Sostenitore della pace con i palestinesi con la formula “due popoli due Stati” quando ancora quella formula viene rivendicata formalmente anche da Niethanyau non piaceva a nessuno, non ha mai smesso di crederci in barba alle con tradizioni della vita e della Storia. Dopo Oslo(1993) ha continuato a incontrare Arafat ascoltandone le ragioni, comprese quelle da lui meno condivise, nell’aria frizzante di Lisbona e lo ha fatto anche in seguito a lungo,con un Abu Mazen sempre meno legittimato dai palestinesi e icui non necessariamente condivideva le posizioni.  Era in fondo convinto che l’impossibile fosse in qualche modo a portata di mano ed alla fine ha seminato un’eredità importante per il suo popolo e più in generale per gli uomini e le donne di buona volontà. Perciò deve essere ricordato anche da noi.

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