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Renzi oltre lo stretto

 

Oggi è San Prudenzia, siamo stati super prudenti, linea Padoan. Parola del Presidente del Consiglio. Ricorro al titolo del Sole: “Nel DEF (documento di economia e finanza) disavanzo 2017 al 2% + 0,4% di spese fuori patto”. In primavera il governo aveva promesso di mantenere il deficit sotto l’1,8%, ora avrebbe ottenuto (nella trattativa informale con Bruxelles) lo 0,2 di margine visto che la crescita non è arrivata e, di conseguenza, i conti sono peggiorati. Ma l’Italia comunica anche all’Europa – la bozza del DEF è stata consegnata alla mezzanotte di ieri – che investirà denaro che non ha, dunque a debito, per far fronte alle spese per il terremoto e a quelle per i migranti. “Una sorta di soluzione double face – spiega Marco Ruffolo su Repubblica – che da una parte si adegua in prima istanza ai desiderata di Bruxelles ma che dall’altra non esclude la possibilità di finanziare gran parte della prossima manovra con un nuovo forte indebitamento: 9 miliardi e mezzo, che si aggiungono ai 6 e mezzo già riconosciuti dalla Ue. In tutto, dunque, l’intenzione del governo è quella di fare una manovra in deficit per circa 16 miliardi”. Il punto dolente è che questa “flessibilità”, ottenuta o da ottenere, servirà per evitare che scattino le clausole di salvaguardia e l’aumento dell’IVA. La quattordicesima per i pensionati, il taglio delle tasse agli imprenditori e le altre regalie elettorali promesse, andranno finanziate con nuovi tagli, agli enti locali, alla sanità. Non è una prospettiva esaltante. Per non darla vinta ai contabili, Renzi ha deciso di rilanciare.

Ponte sullo stretto? Siamo pronti. “Può dare 100mila posti di lavoro”, ha detto il premier, e diventerà il passante (sul mare) dell’autostrada per Palermo e la Sicilia. Dopo la firma sulla lavagna di Del Debbio, la riesumazione ponte: siamo davvero tornati al Berlusconi del 2008. Deluso dal “tradimento” di Casini (consumato due anni prima), ringalluzzito dalla vittoria su Veltroni ma costretto a convivere con un Fini, di cui non si fidava, e un Tremonti, che pretendeva di saperne più di lui, Silvio Berlusconi pensò di poter ritagliare per sé la scena dei summit internazionali, la progettazione e poi il varo di grandi opere: alta velocità, centrali nucleari, ricostruzione dopo il terremoto (con al seguito Bertolaso e la protezione civile). Purtroppo l’economia mondiale stava piombando nella Lunga Recessione e il capitalismo avrebbe dovuto attingere alla mammella pubblica per sopravvivere, non già per realizzare opere tanto grandi quanto costose: il piano di mister B restò sulla carta e lui, come Achille, si rinchiuse sotto la tenda, intento ai suoi ozi privati. Fu quella scelta all’origine del declino di Berlusconi: vennero dopo e di conseguenza il contrasto con Tremonti, la fuga di Fini, l’insofferenza della pubblica opinione per la vita da nababbo libertino a Villa Certosa, infine il “tradimento” della sua cerchia intima (Fedele Confalonieri, Ennio Doris, Marina Berlusconi) che gli consigliò (nel 2011) di lasciare Palazzo Chigi, nell’interesse…dei suoi privati interessi. La storia della sua caduta andrebbe dunque raccontata così, collocandola nel contesto, cogliendo il filo che ha legato il declino di un leader e le ambasce della nazione. Lo dico ad Antonio Polito, che oggi scrive sul Corriere un : “L’istante della rinuncia”.

Sarà Renzi più fortunato di Berlusconi? Per rispondere bisogna tener conto che, con il tempo, tutto cambia. Oggi la Lunga Recessione sembra aver lasciato il passo a una modesta ripresa (che si basa su crescenti diseguaglianze sociali) e soprattutto a una Stagnazione, che secondo qualcuno potrebbe essere Secolare. Negli ultimi anni le banche centrali hanno immesso così tanto denaro nei mercati che il problema per i grandi imprenditori non dovrebbe più essere come o dove trovare capitali, ma piuttosto come investire in modo redditizio quella parte del capitale che mostra meno interesse per titoli di stato e azioni. È dunque possibile che Salini Impregilo, come altri pescecani specializzati in opere faraoniche, siano oggi disposti a ripartire all’avventura, cogliendo al balzo l’aiuto che Renzi promette. A condizione che le banche centrali continuino a tenere bassi i tassi, che sindacati, partiti della sinistra e movimenti di protesta continuino a mordere il freno, che le democrazie occidentali restino stabilmente governate da un ceto politico sensibile alle sirene del grande capitale. Molti se. In ogni caso opere come il punte sullo stretto si farebbero assemblando componenti prodotti nel terzo mondo con capitali cinesi, e buona parte dei soldi spesi in Italia finiranno – con buona pace di Cantone – alle mafie che sapranno far valere il loro controllo del territorio e di molti enti locali in Sicilia e in Calabria. Il ponte farà pure sognare, ma sfamerà molto poco.

Tutto questo è strettamente connesso con il referendum del 4 dicembre. Non tanto nel senso, ovvio, che parlare di sviluppo e di spesa pubblica in deficit, può risvegliare una folla di clienti del governo e motivarli a impegnarsi per il Sì. Quanto, e soprattutto, perché apre strade nuove alla politica italiana, quale che sia il responso delle urne d’inverno. Mi spiego: Renzi non è uno sciocco, come taluni suoi seguaci, e sa di aver fallito. L’idea di conquistare un partito di centro sinistra, di mettere in riga sindacalisti nostalgici della contrattazione e politici legati al mito della Costituzione, l’idea di poter trasformare quel partito in un ufficio “stampa e propaganda” del governo della nazione, di isolare, poi, e di battere uno a uno tutti gli avversari “populisti” (da Brunetta a Di Battista), per ottenere, dopo, un trattamento di favore da Bruxelles e Berlino, suscitando ottimismo negli investitori, dando fiducia ai consumatori, e innescando così la ripresa, per incassarne i benefici..beh, quell’idea non ha funzionato, il sogno del rottamatore si è infranto e va archiviato. Ormai Renzi può solo sperare che gli elettori non lo defenestrino il 4 dicembre. Prometterà di tutto, si fingerà umile, si consegnerà in ostaggio in cambio di un successo del Sì. Intanto, però, l’ex rottamatore prepara il suo futuro politico, quale che sia l’esito referendario.

Renzi si appresta a rinascere come leader di una nuova destra nazional populista. Si chiamerà né destra né sinistra, nuova frontiera, ventunesimo secolo o chissà. Quel che penso è che il nostro buon premier non voglia ritrovarsi spiaggiato come finirà di fare ai socialisti francesi, a quelli spagnoli o ai socialdemocratici tedeschi. Egli pensa di poter guidare (e di poterlo fare solo lui) un governo che si muova in campo aperto, senza vecchi laccioli né obbedienza ideologiche o culturali. Un governo pronto a minacciare l’Unione europea (anche usando Orban e Kaczyński contro Merkel), deciso ad attirare (a ogni costo) investimenti dall’America, dalla Cina o dall’Arabia Saudita, a sostituire diritti e welfare con assistenza per i poveri e il boom del lavoro precario, disposto a usare la politica estera come apri strada verso l’Egitto, la Russia, la Libia. Tuttavia Renzi ha compreso che, da solo, i voti per far questo non li troverà. Il Partito Democratico gli servirà a poco, subirà una scissione o si essiccherà, come dimostra la difficoltà di sostituire i tanti vecchi iscritti che scappano con altrettanti nuovi adepti, magari transfughi dal centro destra. Sarà, dunque, necessario un accordo, prima delle elezioni politiche o più probabilmente dopo. Con Parisi, come scrivono molti giornali? Passando da un viatico concesso da Berlusconi (Verdini ci sta già lavorando)? In ogni caso l’Italicum (un solo leader, una sola lista, un governo che duri l’intera legislatura) tutto questo serve ormai a poco. E mi ha fatto pena, a “Linea notte” il povero professor D’Alimonte che, spalleggiato dal goffo Maurizio Mannoni, intesseva le doti di una legge già morta prima di essere provata. Naturalmente, per cambiare la legge, conviene aspettare lo scrutinio invernale, perché si dovrà tener conto dei nuovi rapporti di forza. Questo ci aspetta.

Avvertenza (temo inutile) per renzini e grillini fanatici. Il fatto che io scriva che Renzi vuole rinascere come leader di una destra nazional populista, non è un insulto. Anzi un apprezzamento per l’intuito politico del premier, che peraltro non ho mai negato. D’altra parte il fatto che io descriva un tale progetto senza demonizzarlo non vuol dire che stia pensando a cedere le armi né voglia “tornare al punto di partenza”. La politica per me ha senso se scommette sul futuro dei giovani, degli sfruttati, dei disoccupati, non se sceglie per realismo di navigare a fianco di palazzinari, trader e imprenditori neo imperialisti.

Da corradinomineo

 

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