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Giornalisti minacciati. Intervista a Ottavio Lucarelli

 

Sono centinaia i giornalisti che ogni anno subiscono minacce e intimidazioni a causa di inchieste coraggiose. Senza censure raccontano verità scomode, spesso inconfessabili. A mettere fortemente a rischio uno dei diritti fondamentali della nostra democrazia -la libertà d’informazione-non è solo la criminalità organizzata, ma anche chi, istituzionalmente, dovrebbe tutelarne il corretto esercizio. Il mestiere del giornalista per farlo bene, deve essere intrinseco nel DNA, una passione che non si riesce a frenare, un mestiere rischioso ma che dà anche tante soddisfazioni e che si deve basare sulla pura, nuda e a volte cruda realtà. Sì, la parola d’ordine per raccontare è una sola: verità.
Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, ci ha gentilmente rilasciato un’intervista sul fenomeno dei giornalisti minacciati, alla luce dell’ultimo caso di cronaca che ha visto un cronista de il Corriere.it, aggredito fisicamente mentre documentava un caso di inquinamento ambientale a Caivano, periferia di Napoli.

Presidente, vorrei partire proprio dalla vicenda che ha visto coinvolto Antonio Crispino. Da sempre l’Ordine dei Giornalisti è al fianco dei cronisti minacciati. Sbaglio o in questi ultimi anni il fenomeno delle aggressioni fisiche è aumentato?
“Il fenomeno è cresciuto e non solo statisticamente. In particolare è aumentata l’aggressività nei confronti dei giornalisti. Ormai non è solo un fenomeno circoscritto alla Campania dove le zone a rischio restano comunque quelle di Napoli e Caserta, comprese le province. E’ una situazione che riguarda gran parte d’Italia come dimostra il lavoro che il gruppo di Ossigeno per l’Informazione porta aventi mensilmente.”
Forse possiamo parlare di intimidazioni volte a bloccare i giornalisti nel far conoscere la verità?
“Le aggressioni sono aumentate. Colpiscono la carta stampata ma soprattutto i videoreporter. Quindi è evidente che non si vuole far trasmettere questa verità e in particolare per immagini. Se il giornalista con penna e taccuino riesce ancora a mimetizzarsi o seguire una determinata vicenda senza dare nell’occhio, spesso la reazione violenta sul campo si concreta quando escono le telecamere. A Napoli abbiamo avuto anche altre aggressioni come quella subita da Crispino. Nell’area orientale un altro collega aggredito con telecamera distrutta, a Mergellina anche lì un giornalista aggredito e telecamera distrutta. Insomma una situazione molto preoccupante. Tanto è vero che il Prefetto di Napoli e il Questore hanno ricevuto me e il Segretario del Sindacato Claudio Silvestri per discutere su questo fenomeno. Ci è stato confermato che diverse segnalazioni da noi fatte su minacce hanno portato ad alcuni tipi di tutela da parte dalle forze dell’ordine.”

Il giornalista è meno isolato rispetto al passato?
“Il giornalista non è più solo, ma quando poi è sul campo, quando il cronista riprende o si reca sul posto per raccontare spesso è solo. Quello che abbiamo segnalato al Questore è che sebbene le Forze dell’Ordine sono presenti non intervengono. Altre volte hanno invece detto ai giornalisti di allontanarsi dalla zona per evitare problemi.”

Ci sono tanti modi per minacciare un cronista. Un altro esempio di minacce e intimidazioni è anche quello che corre via web come dimostra la storia della cronista di Repubblica Federica Angeli.
“Esatto. Abbiamo l’aggressione fisica ma non solo. In passato abbiamo assistito a giornalisti minacciati in redazione da capi dei Boss o familiari e poi abbiamo altri tipi di intimidazioni, persino in aula di Tribunale. Giustamente è stata citata Federica Angeli, bravissima collega di Repubblica. Lei è venuta in Campania a un corso di aggiornamento a raccontare la sua vicenda con Paolo Borrometi. E ci ha detto quanto sia importante fare questo, portare alla luce la verità e non sentirsi sola. Bisogna fare rete.”

Nel luglio scorso si è tenuto a San Nicola Arcella (Cs) un incontro organizzato e pensato da chi di mestiere è giornalista proprio sul tema dei cronisti minacciati e del rapporto giornalismo e legalità. Lei come molti altri ospiti calabresi era presente proprio per fare rete. Giusto?
“L’iniziativa di San Nicola Arcella è importantissima. Rafforza i rapporti tra due regioni come Calabria e Campania, dove c’è il maggior numero di aggressioni nei confronti dei giornalisti e costretti a muoversi sotto tutela. Durante la serata abbiamo ascoltato le testimonianze di Michele Albanese, cronista de “Il Quotidiano del Sud” sotto scorta dal 2014, quelle di Don Ennio Stamile, parroco che combatte da anni in terra di ‘ndrangheta. Tante testimonianze importanti. E per la Campania eravamo presenti io e Giuseppe Crimaldi, cronista de “Il mattino”. San Nicola Arcella è diventato un punto di inizio per un discorso di rete. Un ponte tra le regioni campane e c
alabresi. Territorio di frontiere. Il tutto nel ricordo di Giancarlo Siani.”

Il ventitré settembre ricorre il giorno dell’anniversario della morte di Giancarlo Siani. Quali saranno le iniziative a Napoli?
“Come sempre il giorno ventitré ci sono vari progetti. Diciamo che il ricordo di Giancarlo Siani dura 365 giorni l’anno, con varie iniziative. È chiaro che in quella settimana sono intensificate le iniziative tra le scuole, l’Ordine dei Giornalisti, Il mattino, la Fondazione Polis e Libera contro le Mafie. Tra queste ci sarà un incontro al Palazzo delle Arti di Napoli con alcuni giornalisti Turchi che racconteranno la loro esperienza sul campo.”

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