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Turchia: la repressione e la censura sono iniziate. Decine di siti chiusi. Sit-in per #nobavaglioturco

 

Decine di siti chiusi, profili social di giornalisti bloccati, almeno 6000 arresti, tra cui 2500 tra giudici e procuratori, l’annuncio di ‘provvedimenti esemplari’… La repressione post golpe in Turchia, ‘guidato” o vero che sia stato, come da copione è iniziata.
Recep Tayyip Erdogan non ha esitato a minacciare “condanne a morte” ed è pronto a chiedere al Parlamento di reintrodurre la pena capitale.
Nel mirino i militari traditori, i magistrati non compiacenti e gli operatori dell’informazione, che prima ha usato per riprendersi il potere e ora è pronto a colpire con ancora maggiore violenza. E la nuova censura è già partita.
I provvedimenti di chiusura hanno interessato alcuni portali di informazione che hanno avanzato l’ipotesi di un colpo di stato ‘farsa’, rilanciando le accuse del principale nemico di Erdogan, Fethullah Gülen, ritenuto ispiratore del putsch e che ha rimandato al mittente gli addebiti a lui rivolti indicando come regista del golpe lo stesso Erdogan.
A facilitare l’azione delle autorità che hanno attuato il blocco, una legge approvata lo scorso febbraio, che ha previsto nuove restrizioni per l’utilizzo della rete.
Le recenti disposizioni in materia di notizie divulgate via internet hanno da subito rappresentato un ulteriore passaggio verso la progressiva limitazione della libertà di espressione e di stampa a cui si assiste da anni in Turchia.
Secondo la nuova norma, l’authority perle comunicazioni può bloccare l’accesso ai siti internet o rimuovere contenuti considerati offensivi o pericolosi per la sicurezza pubblica in un lasso di tempo di quattro ore e senza un’autorizzazione preventiva da parte della magistratura.
Il Paese non è di certo nuovo a tentativi di controllo della rete da parte del governo di Ankara che adesso non ha più freni.
Già dal 2010 l’organizzazione Reporters sans frontières ha inserito la Turchia tra i paesi da tenere sotto stretta vigilanza per la censura su internet.
Decine di migliaia di siti sono stati finora bloccati perché ritenuti lesivi nei confronti di argomenti sensibili o inopportuni nei confronti della figura di Atatürk, dell’esercito, della dignità della nazione e della questione delle minoranze.
Dal 2007 a oggi si sono susseguite nuove misure restrittive e provvedimenti legislativi in materia di comunicazioni e informazione online scatenando una serie di mobilitazioni in diverse città turche che avevano come slogan ‘giù le mani da internet’.
In particolare la legge più recente ha suscitato grosse proteste di piazza per la difesa della libertà di espressione e contro la censura dei media. Ma il tentativo di sfilare nella zona di Taksim è stato stroncato con fermezza dalla polizia e il corteo si è trasformato in un teatro di scontri e attacchi violenti delle forze di sicurezza, tanto da richiamare alla mente i cruenti eventi di Gezi Park.
Ora, con lo stato di emergenza nel Paese, i grossi limiti alla libertà di informazione e di espressione che vigono in Turchia sono stati e saranno ulteriormente estremizzati.
Se finora durante le mobilitazioni gran parte della copertura degli eventi era possibile grazie ai social network, la nuova ‘stretta’ che ha già iniziato a togliere ‘voce’, fa temere in modo inequivocabile che la volontà del governo di controllare i media, i giornalisti che si sono sottratti ai sottili meccanismi dell’autocensura e hanno deciso di commentare e di criticare azioni ritenute antidemocratiche, sarà sempre più ferma.
È per questo che Articolo 21 ha rilanciato nelle scorse ore la campagna per il ‘nobavaglioturco’.
Tutti noi siamo già pronti ad animare un sit-in davanti all’Ambasciata di Ankara in Italia per ribadire il nostro sostegno ai colleghi che oggi più che mai in Turchia vedono leso il loro diritto alla libertà di espressione e di informazione.

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