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Il ritorno al grembo per sfuggire all’omologazione. Al di la’ delle montagne, di Jia Zhangke

 

Su Jia Zhangke autore di Al di là delle montagne, è stato scritto che è il migliore regista vivente; ma pur  tralasciando le classifiche, più appropriate alle imprese sportive, l’affermazione resta importante perché contiene in sé una ragione di chiarezza: ci aiuta a capire come in un film, ma in definitiva in qualsiasi opera dell’espressione, è indispensabile che si senta la vita. Non importa con che mezzi, con che stile, con quali linguaggi sia stato realizzato, se sia realista o visionario; per piacerci deve parlare di noi con occhio limpido e sincerità. Altrimenti restiamo delusi, scontenti, e persino contrariati, come se dedicandogli il nostro tempo avessimo compiuto un’azione poco onesta.

Nel nostro cinema dell’immediato dopoguerra, chiamato convenzionalmente Neorealismo, era presente la vita e il pubblico si identificava con le storie di Rossellini, De Dica, Zavattini, anche quando apparivano stravaganti e fantasiose; anche quando, dopo il periodo iniziale, i soggetti trasfigurarono nell’esuberante immaginario di Fellini o nella problematica inquietudine di Antonioni; e persino quando presero la strada della commedia, che è stata chiamata all’italiana per la peculiarità dei caratteri nazionali trasferiti sullo schermo da fior di sceneggiatori del calibro di Rodolfo Sonego, Flaiano, Vincenzoni, Maccari, Age e Scarpelli capaci di scrivere copioni che parlavano della vita.

Oggi, a parte l’eccezione del cinema britannico (che resta il migliore della Terra), anche l’industria americana appare svigorita, artificiosa, al punto che agli sbiaditi saldi di stagione di Hollywood (Money  Monster con George Clooney,  The Nice Guys con Russell Crowe e Ryan Gosling), il pubblico si orienta con il passa parola verso un film d’autore dell’Estremo Oriente.

Al di là delle montagne  si presenta come una storia semplice, quasi elementare. Per la Festa di Primavera del 1999, capodanno cinese del nuovo millennio, la popolazione si riversa nelle strade fra draghi colorati e fuochi d’artificio. Shin Tao è una vivace ragazza contesa tra due coetanei amici tra loro; uno è Liangzi, il suo innamorato ufficiale, un mite e gentile minatore dal modesto avvenire; l’altro è Zhang, un perfetto yuppie lanciato negli affari e nella scalata sociale, in una Cina in trasformazione che si sta rapidamente aprendo al capitalismo. Il giovanotto rampante già possiede una bella macchina tedesca, rossa sgargiante, e pur di avere Tao offre al suo concorrente la direzione della miniera di carbone che ha appena acquistato. Ma il primo non accetta, è troppo orgoglioso e infatuato di Tao per barattarla con la lusinga dei vantaggi economici. Ciononostante finirà ugualmente col perderla, perché la ragazza cede presto alle pressioni dell’agguerrito Zhang.

Il vecchio innamorato, ferito e disperato, dopo una scazzottata con l’ex amico, accetta un lavoro da saldatore in Mongolia e fugge dalla cittadina, rifiutando sdegnosamente la partecipazione di nozze che la ragazza gli porta di persona nel desiderio di restare amici. Passano quindici anni. Nel 2014 Tao è già divorziata, e ha un figlio di nome Dollar che però vive col padre, diventato un potente esponente dell’alta finanza.  Zhang ha accanto un’altra moglie e sta preparando il trasferimento della famiglia in Australia; vuole che il figlio cresca in un ambiente di lingua inglese, cittadino del mondo, affrancato da ogni tradizionalismo. Neppure Tao se la passa male a Fenyang, dove possiede alcune stazioni di servizio, ma è restata sola pur essendo ancora una bella donna. Quando il suo antico fidanzato, sposato e con un figlio piccolo, torna nella cittadina minato da un cancro ai polmoni, è lei che gli procura i soldi per curarsi. Intanto muore suo padre, al quale è legatissima; il dolore è grande e Tao telefona all’ex marito perché permetta a Dollar di partecipare al funerale del nonno, e spasima nell’attesa di avere di nuovo il ragazzo accanto a sé. Ma l’incontro tra la madre e il figlio adolescente è spinoso; lui, arrivato in aereo da Shanghai scortato da una hostess, è un signorino che indossa la divisa del  college, preferisce parlare inglese, non ricorda quasi nulla della sua prima infanzia, e appena può si collega all’iPad per parlare con il padre e soprattutto la matrigna, capace di esercitare su di lui un’affettuosa autorità. Tao se ne fa un cruccio, è impossibile per lei competere con i soldi e i programmi ‘internazionali’ di  Zhang; però prima di riaccompagnare Dollar all’aeroporto, vuole preparargli di persona gli squisiti ravioli al vapore, un sapore di famiglia che non dimenticherà.

Trascorrono altri dieci anni, e siamo in un futuro prossimo, il 2025, dominato da una tecnologia avanzatissima e da un ulteriore mutamento antropologico. Il set si è spostato in Australia dove i figli dei ricchi cinesi di prima generazione, vengono snobisticamente mandati a scuola a imparare la propria lingua madre, per praticità professionale, ma anche per non perdere completamente il contatto con le radici. L’insegnante è Mia, una signora leggermente ingrigita ma ancora avvenente; e c’è un alunno – Dollar – un bellissimo giovanotto che in aperto contrasto con il padre si rifiuta di seguirne passivamente le direttive, nutre altre mire su se stesso, e si invaghisce dell’insegnante che rappresenta per lui la dimensione più autentica e poetica verso la quale è confusamente proteso. I due finiscono a letto insieme, recuperando quella imprescindibile dolcezza della memoria che sembrava definitivamente compromessa. Per entrambi è un ritorno al grembo, a una condizione primaria e irrinunciabile nel destino di ogni essere umano che si rifiuti di trasformarsi in un robot. Sono i temi che inquietano la nostra epoca di transizione, trasfusi in una favola delicata e profonda.

Non so se il film voglia esprimere esattamente ciò che mi pare di aver compreso; la sua natura realistica e poetica al tempo stesso resta necessariamente ambigua, e ognuno vi coglie una scheggia di verità; immagino che altri spettatori troveranno le proprie risposte, le più private e segrete, come sempre avviene ponendosi di fronte a un’opera d’arte che parla della vita e non della sua banale e vuota imitazione.

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