Ancora arresti in Egitto, in carcere un altro consulente della famiglia Regeni

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L’ondata della repressione in Egitto non si ferma. Le forze di sicurezza continuano ad arrestare attivisti, operatori dell’informazione ed esponenti dell’opposizione. Nell’ultima retata disposta dalle autorità egiziane, che ha portato in carcere una decina di persone, è stato arrestato anche un altro membro della Commissione egiziana per i diritti e delle libertà (Ecrf), la Ong che sta prestando servizi di consulenza legale alla famiglia Regeni.
Si tratta di Mena Thabet, direttore dell’ufficio per le minoranze e i gruppi emarginati, da anni impegnato nell’organizzazione non governativa. E’ stato prelevato dalla sua abitazione ad Alessandria giovedì mattina.
Lo ha annunciato la stessa Ecrf in un post su Facebook raccontando che agenti in borghese hanno fatto irruzione nell’appartamento dell’attivista, prelevandolo con la forza e caricandolo a bordo di un’auto privata.
Lo scorso 12 maggio i giudici di un Tribunale del Cairo avevano confermato la custodia in carcere per Ahmed Abdallah, presidente di Ecfr finito in carcere all’alba del 25 aprile durante i preparativi delle proteste su scala nazionale per la cessione delle isole Sanafir e Tiran all’Arabia Saudita.
Nel corso di quella precedente  il Tribunale del riesame egiziano aveva prolungato di altri 15 giorni la custodia cautelare dell’attivista.
Il dibattito, iniziato alla presenza, fra gli altri, di alcuni diplomatici europei, era stato sospeso quando l’imputato aveva mostrato alla Corte due foglietti di carta con scritto “Verità per Giulio Regeni” e “Stop alle sparizioni forzate”.

Gli attivisti di Ecrf insieme ad altri quattro giovani tutti accusati degli stessi capi d’imputazione contenuti nella nuova legge anti-terrorismo, per i quali è prevista la pena di morte, compariranno di nuovo davanti ai giudici domani per un’udienza sulla conferma della detenzione cautelare.
Per entrambi potrebbero scattare altri 15 giorni di prigione.
I componenti di Ecfr hanno rilanciato, intanto, una petizione per la liberazione dei loro colleghi.
La campagna stava già facendo pressione affinché le autorità egiziane rilasciassero “immediatamente e in maniera incondizionata, essendo detenuto per reati d’opinione e avendo solamente esercitato pacificamente il suo diritto alla libertà d’espressione” il presidente della ong.
La petizione chiede inoltre che i prigionieri siano ‘protetti’ dalla tortura e da ogni trattamento lesivo.
La Commissione egiziana per i diritti e delle libertà ha nei giorni scorsi ha ultimato le procedure per rappresentare legalmente la famiglia del ricercatore italiano Giulio Regeni in Egitto e presto riceverà il fascicolo sulle indagini dai magistrati egiziani.
Circa quattro settimane fa Ecrf ha ricevuto dall’Italia l’incarico per seguire le indagini sul posto.
L’avvocato Mohamed al Helow, uno dei legali che si occupa personalmente del caso, nonostante sia molto motivato sa che non c’è da aspettarsi grande collaborazione da parte della procura egiziana.

Gli arresti di Abdallah e Thabet hanno inficiato gravemente la capacità della Commissione egiziana per i diritti e delle libertà di compiere progressi sull’inchiesta.
Da quando Giulio Regeni, scomparso il 25 gennaio, è stato ritrovato morto poco più di una settimana dopo (il 3 febbraio) le indagini sono state caratterizzate da un susseguirsi di depistaggi e bugie, nonostante le pressioni del governo italiano.
Sul corpo del ricercatore sono stati rinvenuti segni di efferate torture che hanno portato gli investigatori italiani, e non solo. a puntare il dito contro i servizi del Cairo.
Le autorità egiziane hanno sempre negato ‘responsabilità di Stato’, generando forti tensioni con l’Italia.
Roma, sostenuta dalle istituzioni Ue e da partner come Londra e Washington, ha accusato il Cairo di non voler far luce sulla vicenda.
L’8 aprile il nostro Paese, tra i principali investitori occidentali in Egitto, ha richiamato l’ambasciatore, sostituito poi la scorsa settimana.
Quest’ultima mossa è apparsa da subito come un tentativo di ricucire i rapporti tra i due paesi, cosa non gradita ad Amnesty International, che guida la mobilitazione che chiede “Verità per Giulio Regeni”, e al collettivo Twitter “Giulio siamo noi” che quotidianamente tiene alta l’attenzione sulla vicenda.
Il caso Regeni è stato un vaso di Pandora che ha incoraggiato attivisti e ong per i diritti umani a invitare la comunità internazionale a guardare sotto la maschera di al-Sisi che, appare ormai evidente a tutti, fa un uso regolare della tortura e di altre forme di repressione contro i suoi oppositori. Eppure coloro che non sono più disposti a tollerare un tale comportamento sono ancora pochi.