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Maldive, 16 giornalisti rinviati a processo

 

Sul retro della cartolina che mostra atolli, coralli e spiagge incantate, c’è scritto un messaggio: il giornalismo indipendente è un reato. Il 3 aprile, mentre protestavano pacificamente fuori dall’ufficio del presidente Abdulla Yameen nella capitale Male, 16 giornalisti delle Maldive sono stati arrestati. Tre di loro, colpiti da spruzzi di peperoncino a distanza ravvicinata, hanno avuto bisogno di cure ospedaliere. Al centro della protesta, la decisione di un giudice di chiudere il quotidiano Haveeru e il tentativo del governo di far passare in parlamento una legge sulla diffamazione a mezzo stampa. Recentemente, inoltre, la polizia maldiviana ha ammesso con due anni di ritardo che Ahmed Rilwan, un giornalista di Maldives Independent scomparso quasi due anni fa, era stato effettivamente rapito. Da chi, non è noto. Si sospettano i servizi di sicurezza del governo.

I 16 giornalisti sono stati rilasciati al termine della giornata ma restano in piedi le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e intralcio al funzionamento della pubblica amministrazione, ai sensi degli articoli 532 e 533 del codice penale che prevedono, se il reato è commesso per la prima volta, una multa o gli arresti domiciliari. L’elenco dei giornalisti incriminati comprende la direttrice di Maldives Independent, Zaheena Rasheed, il direttore di Sangu Tv, Ibrahim Waheed, più altri giornalisti di queste due testate, di Haveeru, Rajje Tv e Villa Tv.

La libertà di stampa nell’arcipelago dell’Oceano Indiano è sottoposta a sempre maggiori limitazioni, soprattutto quando si tratta di criticare il governo di ispirazione islamica o le norme sociali e religiose che ormai dominano la vita quotidiana della popolazione.

Le intimidazioni e le minacce di morte nei confronti dei giornalisti indipendenti, soprattutto via Twitter ed Sms, sono all’ordine del giorno. Difficile credere, in un paese così piccolo, che gli autori siano sconosciuti. Ma il governo non interviene.

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