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Berlusconi non molla

 

Silvio Berlusconi combatte su un doppio fronte. Sul fronte politico accusa gravi difficoltà e resiste alle sconfitte, su quello imprenditoriale rilancia e colleziona successi (prima la Mondadori, una sua società, ha comprato la Rizzoli e ora Mediaset ha raggiunto un importante accordo con Vivendi su programmi televisivi in comune).

Poco più di un anno fa il presidente di Forza Italia e proprietario della Fininvest si era lasciato prendere dallo sconforto davanti a mille difficoltà diverse: «Sono anziano, il leader del centrodestra non sarò io. Sarò a bordo campo, farò il padre nobile». L’ex presidente del Consiglio, dopo la decadenza da senatore in seguito alla condanna definitiva per frode fiscale, sembrava in caduta libera: il Pdl, un tempo primo partito italiano con il 38% dei voti, non esisteva più; era uscito dalla maggioranza con Matteo Renzi per realizzare le riforme costituzionali; Giorgia Meloni, Alfano, Fitto, Verdini gli avevano detto addio fondando altrettanti partiti; la rinata Forza Italia collezionava sconfitte elettorali e scissioni; Matteo Salvini dominava la scena del centrodestra, guidando una Lega Nord schierata su una linea di opposizione totale anti sistema in Italia e in Europa.

Lo scorso novembre, però, l’ex Cavaliere aggiustò il tiro: in una manifestazione comune con Salvini e Giorgia Meloni siglò il patto di Bologna per lanciare delle candidature unitarie alle elezioni per i sindaci. Tuttavia qualcosa è andato storto: con la quasi unica eccezione di Milano, il centrodestra è andato in frantumi. Soprattutto a Roma sono scoppiate le divisioni: Berlusconi appoggia Guido Bertolaso; Salvini sostiene l’alleata Meloni, Fratelli d’Italia, per la conquista del Campidoglio. Non solo. Il centrodestra, salvo ricomposizioni dell’ultima ora, rischia di spappolarsi in quattro tronconi: a giugno giocheranno la loro partita a sindaco di Roma anche Alfio Marchini e Francesco Storace, oltre a Bertolaso e alla Meloni.

Il mistero è fitto. Qualche giorno fa sembravano ricuciti i contrasti. Berlusconi, a causa dei brutti sondaggi elettorali attribuiti a Bertolaso, sembrava propenso a un accordo, accantonando il suo candidato. Poi, invece, ha insistito: Bertolaso è un uomo del fare, può essere il miglior sindaco per Roma». Salvini e la Meloni, sorpresi per la scelta, hanno deciso di andare avanti per proprio conto e l’alleanza di centrodestra adesso scricchiola in tutta Italia. Oltre a Roma, anche a Torino e a Napoli, il centrodestra può presentarsi diviso di fronte agli elettori con il rischio di perdere in quasi tutte le città nelle quali si voterà a giugno.

Ora è tutto in discussione anche per confermare o no le intese a livello nazionale per le prossime elezioni politiche. A Berlusconi, vicino agli 80 anni, non gli sono per niente piaciuti i giudizi sul suo “tramonto” politico, sulla fine della sua egemonia sul centrodestra e sul semaforo verde aperto da molti in favore dello scoppiettante quarantenne Salvini. In una dichiarazione ha bloccato tutto: gli equilibri nel centrodestra sono tutti da definire, «la corsa per la leadership non è affatto all’ordine del giorno».

Lo scontro divampa. Salvini è tornato a bocciare Bertolaso: «Chi non appoggia Meloni aiuta Renzi. E chi aiuta Renzi non sarà nostro alleato». Ha scartato di nuovo un centrodestra guidato da Berlusconi: «Il futuro del centrodestra deve guardare avanti e non al passato». Il segretario del Carroccio cerca anche appoggi a livello internazionale: nei mesi scorsi è andato da Marine Le Pen in Francia e da Vladimir Putin in Russia, adesso ha rilanciato recandosi negli Stati Uniti da Donald Trump. Il candidato repubblicano a presidente degli Usa è stato prodigo di elogi ed ha pronosticato, dopo un colloquio a Filadelfia: «Diventerai premier in Italia».

Tuttavia l’ex presidente del Consiglio, almeno per ora, non molla. Ha riproposto il primato di Forza Italia (nei sondaggi, però, supera appena il 10% dei voti contro il 14% della Lega) perché in Italia il centrodestra ha vinto quando ha parlato “il nostro linguaggio moderato e liberale” e non quello “estremista” della Lega. Ha anche confermato, contro ogni contestazione interna, la sua centralità personale: «Siamo persone libere, abituate a discutere e poi a trovare una sintesi. Sintesi della quale il Presidente è sempre stato l’unico responsabile e l’unico garante».

Certo è strana la storia. Nel 1994 Umberto Bossi, allora segretario della Lega, rifiutò di allearsi con “i fascisti” e bocciò l’intesa con Gianfranco Fini che stava realizzando la metamorfosi del Msi in An. Così Berlusconi fu costretto a costruire due distinte coalizioni elettorali: al Nord con Bossi e nel Centro-Sud con Fini. Con questo schema unificò il centrodestra, vinse alle politiche e divenne presidente del Consiglio. Oggi, invece, è Salvini che si allea a Roma con la Meloni, Fratelli d’Italia, ex Msi-An.

Il presidente di Forza Italia e proprietario della Fininvest sul piano politico resiste e su quello imprenditoriale rilancia. Mediaset, la perla del suo gruppo industriale, ha siglato una intesa con Vivendi, il colosso televisivo francese, con l’obiettivo di realizzare sinergie e programmi in comune per tv ed internet. L’accordo prevede che il 3,5% di Cologno Monzese sia scambiato con la medesima quota di Vivendi e che la differenza di prezzo sia compensata dall’intera partecipazione in Mediaset Premium (l’azienda del Biscione passa nelle mani dell’azienda di Vincent Bolloré).  Ma non è tutto. A questo punto per Mediaset si apriranno le porte di Telecom Italia, società della quale Vivendi è il primo azionista. Berlusconi è in buoni rapporti sia con Bolloré e sia con Flavio Cattaneo, da poco nominato amministratore delegato di Telecom Italia.

Sorgerà così un mega gruppo televisivo e delle comunicazioni con un ruolo di primo attore in Francia, Italia, Spagna, Sud America ed Africa. Si tratta di una enorme concentrazione di potere nell’informazione e nei programmi televisivi, veicolati anche su internet tramite la banda larga di Telecom Italia. Una concentrazione di potere sulla quale, per ora, si è riflettuto e scritto ben poco.

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