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Al confine turco si combatte e i civili in fuga vengono respinti. L’appello di Human Right Watch: aprire la frontiera a chi scappa dall’Isis

 

Si riaccendono i combattimenti ad Aleppo nel giorno che segue le immagini di cittadini siriani alle urne, il giorno che segue la ripresa dei colloqui a Ginevra. Aleppo è squassata dalla lotta tra ribelli e governativi, ma più a Nord gli scontri sono tra i gruppi di opposizione e i combattenti dello Stato Islamico, la cui avanzata nella zona vicina al confine turco ha costretto alla fuga un numero compreso almeno tra i 60 mila i 75 mila siriani, già sfollati interni, tra il 13 e il 14 Aprile.

Da fine marzo, partendo dall’enclave di Azaz e con il supporto degli strike aerei della coalizione a guida americana, l’opposizione armata ha cominciato a recuperare aree lungo il confine turco AL controllo dello Stato Islamico. La controffensiva dell’IS però c’è e va avanti. Gli scontri tra l’opposizione armata e il gruppo dell’IS negli ultimi giorni sono serrati e si susseguono rovesci di ora in ora; da fonti delle Nazioni si apprende che ieri, 14 Aprile, ISIS ha riconquistato terreno ad est di Azaz riprendendo i villaggi di Kafr Shush, Zayzafun-Ekdeh, Baraghideh e Hiwar Kalis, punto strategico per tagliare in due l’azione dell’opposizione armata.

Intanto la popolazione fugge, e a fuggire da queste zone sono gli sfollati interni che vivono nei campi. Durante le ultime settimane, nei campi della stessa area di Azaz e più ad Est verso il confine turco sono arrivati anche coloro che scappano dalla battaglia di Aleppo e l’avanzata dello Stato Islamico tra il 13 e il 14 Aprile li ha costretti a fuggire di nuovo. Al loro arrivo, i miliziani dell’IS hanno ordinato agli sfollati di abbandonare i campi e di dirigersi ad Est, nei territori sotto il loro controllo. In questo modo sono stati completamente abbandonati i 3 campi di Iqdah, Harameen e Al-Sham, che ospitavano circa 25 mila persone. Ma molti invece si sono diretti a Nord verso Iqdah, al confine turco, dove le guardie di frontiera hanno risposto sparando.  Human Right Watch[1] sta denunciando questa situazione da mesi, perché non solo la frontiera turca è chiusa da un anno, lasciando passare solo i feriti gravi dalla Siria. Ma gli episodi di respingimenti alla frontiera con le guardie di confine che reagiscono sparando (a terra, in questo caso), non sono nuovi. Eppure gli appelli e le denunce delle ONG sembrano cadere nel vuoto. Amnesty International pubblicava un comunicato, proprio nel primo giorno di operazioni dalle isole greche verso la Turchia, e le testimonianze analoghe di siriani respinti dalle autorità turche con gli spari o con le botte. Dalle interviste emergevano anche ripetuti episodi di espulsioni dalla Turchia verso la Siria. Tra Febbraio e Marzo HRW ha continuato, come nei mesi prima, a intervistare siriani che sono stati brutalmente picchiati e respinti al confine.

Ma le frontiere restano chiuse. I siriani vengono respinti in una zona di guerra, e questa è una violazione del diritto internazionale. Ankara vuole la creazione di una safe zone nel Nord della Siria, ripulita dalla minaccia dell’ISIS, che possa accogliere gli sfollati interni. Intanto però in quella stessa zona sulla testa di chi scappa incombe non solo la minaccia dello Stato Islamico e degli scontri (tra qualunque delle parti in conflitto) che continuano a fare vittime civili, ma anche quella di una frontiera chiusa che crea una trappola senza vie di fuga.

L’Europa ha firmato con Ankara un accordo per contribuire con 6 miliardi di Euro all’accoglienza dei siriani in Turchia, prevedendo anche il rinvio dalla Grecia di richiedenti asilo siriani che in Grecia ci siano arrivati illegalmente attraversando l’Egeo. L’appiglio giuridico per rinviare i richiedenti asilo verso la Turchia, è considerare la Turchia un paese terzo sicuro, anche se ai siriani non riconosce il diritto d’asilo. Una frontiera chiusa tra Siria e Turchia, le violenze e i respingimenti denunciati da chi li subisce e da chi lavora sul campo però non sembrano neanche avere l’eco mediatica che meriterebbero. Ma non possiamo chiudere gli occhi. Non possiamo ostinarci a non sentire o non vedere. Per ogni diritto che viene negato ad altri, per ogni strada che viene chiusa a chi scappa dalla guerra, dalla morte o dalla violenza, noi non solo abbiamo il dovere di tenere gli occhi aperti; non abbiamo il diritto di chiuderli.

[1] https://www.hrw.org/news/2016/04/14/turkey-open-borders-syrians-fleeing-isis

 

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