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Turchia: liberi i due giornalisti di “Cumhuriyet” ma restano i problemi

 

Forse è scongiurato il rischio che trascorreranno il resto della loro vita all’ergastolo per “spionaggio”, “favoreggiamento del terrorismo” e “rivelazione di segreti di stato” Can Dundar ed Erdem Gul, rispettivamente direttore e caporedattore del quotidiano “Cumhuriyet”.
Dopo che la corte costituzionale aveva giudicato in “violazione dei diritti” la loro detenzione in attesa di giudizio, iniziata il 26 novembre 2015, il 25 febbraio il tribunale di Istanbul ha disposto il loro ritorno in libertà.
I due giornalisti avevano pubblicato un’inchiesta su un traffico di armi dalla Turchia alla Siria, risalente al 2014, mettendo così in evidenza l’ambiguità della politica di Ankara rispetto alla guerra in corso nello stato con cui condivide la frontiera meridionale (quella frontiera in cui rimangono intrappolate decine di migliaia di persone fuggite dai bombardamenti russi e siriani sulla città di Aleppo).
Mentre gioiamo per Dundar e Gul, restano intatte tutte le preoccupazioni per il futuro della libertà di stampa in Turchia.
Come evidenzia il Rapporto sui diritti umani nel mondo, pubblicato da Amnesty International il 24 febbraio, nel 2015 innumerevoli procedimenti penali iniqui (per diffamazione, terrorismo, rivelazione di segreto di stato e altre imputazioni) hanno colpito i giornalisti. Il governo ha esercitato enormi pressioni sugli organi d’informazione: giornalisti critici o che seguivano l’offensiva militare nel sud-est del paese a maggioranza curda sono stati aggrediti e minacciati da sconosciuti, altri sono stati licenziati.
Ricordiamo il caso di un’altra giornalista di “Cumhuriyet”, Canan Coşkun, sotto processo con l’accusa di aver insultato 10 procuratori di stato per aver scritto che avevano ottenuto proprietà a mezzi scontati grazie alla loro posizione.
Non è stata risparmiata neanche la stampa estera, anche se con conseguenze meno pesanti rispetto a quelle riservate ai giornalisti locali.
L’emittente Cnn Turk è stata multata di 230.000 euro per aver dato voce, prima che venisse assassinato, al difensore dei diritti umani Tahir Elçi il quale aveva detto che “il Pkk non è un’organizzazione terroristica ma un movimento politico armato con un notevole seguito”.
Ad agosto, tre giornalisti di Vice News sono stati arrestati interrogati dopo aver riferito sugli scontri tra il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e le forze di sicurezza. In seguito sono stati accusati di “favoreggiamento del terrorismo”. I due stranieri, i britannici Kake Hanrahan e Philip Pendlebury, sono stati rilasciati ed espulsi otto giorni dopo l’arresto. Il terzo, Mohamed Rasool, straniero anche lui ma “solo” curdo iracheno, è tornato in libertà all’inizio di gennaio.
A settembre Frederike Geerdink, una giornalista olandese che viveva a Diyarbakır, accusata di fare propaganda per il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), è stata arrestata e poi espulsa.
La situazione complessiva dei diritti umani in Turchia è in grave peggioramento. Ma l’Unione europea, dopo averle affidato il ruolo che fu della Libia di Gheddafi negli anni Novanta, ossia di bloccare gli ingressi di migranti e richiedenti asilo, non pare preoccuparsene granché.

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