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È tempo di “slow journalism”

 

La riflessione dell’Ethical Journalism Network a un anno dalla strage di Charlie Hebdo

Di seguito traduciamo e rilanciamo un articolo dell’Ethical Journalism Network.

A un anno da Charlie Hebdo intolleranza religiosa e hate speech rimangono

Di Aidan White, Ethical Journalism Network

Un anno dopo l’attacco terroristico a Charlie Hebdo, nel quale 12 persone furono uccise, la maggior parte dei quali giornalisti, il giornale satirico è ancora fonte di confusione e controversie sul diritto alla libertà di espressione.

Nel 2015 gli atti terroristici di matrice jihadista – recentemente in Libano, Egitto, Mali e la terribile serie di attacchi a Parigi nel mese di novembre – hanno ampiamente provato il fatto che l’attacco a Charlie Hebdo non fosse un incidente isolato di barbarie politica.

L’attacco era parte di un più grande sforzo politico e ideologico che prende di mira il valore universale della democrazia e i diritti umani. Esso ha rinvigorito il dibattito sui limiti della libertà di espressione emerso un decennio fa in seguito alle violente proteste orchestrate da alcuni estremisti islamici per la pubblicazione di immagini del profeta Maometto sul quotidiano danese Jyllands Posten.

Quando la crisi relativa alle vignette su Maometto esplose nel gennaio 2016 (furono pubblicate in Danimarca la prima volta nel settembre 2015) i media occidentali furono divisi nelle risposte. Qualcuno ripubblicò le vignette in solidarietà ai giornalisti danesi. Molti decisero di non ripubblicarle perché i direttori ritenevano che sarebbe stato insensibile nei confronti dei lettori musulmani; alcuni si arresero all’auto-censura tra le minacce diffuse di violenza.

La crisi di Charlie Hebdo condusse a una ancora maggiore indecisione sul pubblicare o meno la controversa prima pagina della prima edizione dopo gli attacchi. Di nuovo, alcuni media decisero di pubblicarla (anche se solo una piccola minoranza), mentre la maggior parte scelse di non farlo.

La sensibilità religiosa sulle pubblicazioni di Charlie Hebdo rimane forte e non solo nel mondo musulmano. Questa settimana l’Osservatore Romano, quotidiano del Vaticano, ha criticato la copertina del giornale satirico che in occasione dell’annversario ritraeva Dio come un terrorista barbuto con un’arma, accompagnato dal testo: “Un anno dopo l’assissino è ancora a piede libero”.

Ma il quotidiano del Vaticano non è rimasto impressinato. Accusando la rivista di “secolarismo irremovibile” ha affermato “Il settimanale scorda una volta ancora ciò che i leader religiosi di ogni fede ripetono incessantemente, di rifiutare la violenza in nome della religione”. È vero, ma i giornalisti punteranno il dito verso il numero crescente di vittime credenti e non credenti dei numerosi atti di terrorismo compiuti da estremisti religiosi, il quale suggerisce che molte frange sono pronte a usare la violenza quando esse persegue i loro interessi poitici.

Molti leader religiosi sono suscettibili quando si tratta di libertà di stampa e di espressione. Per esempio, una settimana dopo gli attacchi di Charlie Hebdo Papa Francesco ha condannato la violenza in nome di Dio, ma ha anche affermato che la religione non dovrebbe essere insultata. “Uccidere in nome di Dio è un’assurdità”, ha dichiarato ai reporter. Mentre difendeva la libertà di espressione ha anche messo in guardia sul fatto che “ogni religione ha la sua dignità” e che “ci sono limiti”. “Se un mio amico parla male di mia madre si può aspettare un pugno. Ed è normale. Non si può provocare, non si può insultare la fede di un’altra persona, non si può deridere”. Per alcuni questo suona come un malcelato sostegno della violenza per contrastare la blasfemia.

La maggior parte dei giornalisti rispetta la libertà religiosa, ma non dovrebbe essere bacchettata dai leader religiosi affinché siano create aree di commento e opinione “vietate” che negano il diritto di ascotare voci dissidenti e critiche robuste.

Charlie Hebdo ha rifiutato di sottomettersi. È stato la voce di un’opposizione senza compromessi alla censura in ogni sua forma e lo ha pagato a caro prezzo. Nel 2011 i suoi uffici sono stati incendiati in seguito all’annuncio di un numero speciale col profeta Maometto come guest editor. E un anno fa è stata colpita da un intollerabile attentato nella sua redazione.

L’anniversario ci ricorda come i giornalisti debbano bilanciare con cura il diritto alla libertà d’espressione con l’obbligo di mostrare umanità e sensibilità verso i diritti altrui e devono tenersi in guardia dall’hate speech e in particolare dall’ala populista dei politici senza scrupoli.

Abbiamo già ascoltato queste voci nell’acceso dibattito sull’immigrazione in Europa e la crisi rifugiati e negli Stati Uniti dove Trump ha reso l’islamofobia parte centrale della sua corsa alla nomination repubblicana per la presidenza.

I media devono guardarsi dall’essere usati per ispirare atti d’odio o incoraggiare l’islamofobia. Devono fare di tutto per raffreddare il clima politico e per evitare di fornire una copertura ad abusi o discriminazioni nei confronti delle comunità musulmane.

È il tempo dello “slow journalism”: per tutti nel mondo dei media, come gli aspiranti giornalisti esterni alle redazioni, è necessario pensare attentamente alle conseguenze di ciò che si scrive e delle immagini che si mostrano.

I colleghi morti a Charlie Hebdo non erano campioni di violenza o odio. Piuttosto la rivista ha sempre usato il suo potere creativo per mostrare che la politica può e deve essere combattuta su una piattaforma in cui il rispetto per il pluralismo significhi che tutte le opinioni, anche quelle su cui siamo in forte disaccordo, abbiano il diritto di essere ascoltate e nessuno, soprattutto coloro che sfruttano l’omicidio e la disumanità, abbia il diritto di dire il contrario.

Non dobbiamo mai dimenticare che ogni paese ha i suoi limiti sulla libertà di espressione. Come ha osservato Gary Younge sul Guardian un anno fa, la questione delle libera espressione nel contesto di Charlie Hebdo è complessa. La Francia con la sua tradizione di “liberté”, è il paese in cui nel 2005 Le Monde è stato condannato per “diffamazione razzista” nei confronti di Israele e del popolo ebraico. Nel 2008 un vignettista di Carlie Hebdo è ststo licenziato dopo aver rifiutato di scusarsi per alcuni commenti considerati antisemiti all’interno di un editoriale.

Il Jyllands Posten, che ha pubblicato le vignette di Maometto nel 2005, ne ha rifiutate altre sulla resurrezione di Cristo per paura che potessero scatenare proteste.

Lontana da essere “sacra” la libertà di espressione è sempre contigente, sostiene Younge.

Tutte le società hanno confini e tracciano limiti, ma questi sono spesso mal definiti e in costante cambiamento. C’è un continuo dibattito su ciò che costituisce gli standard accettabili di un discorso quando si tratta di sensibilità culturali, razziali e religiose. Ecco perché l’Ethical Journalism Network lancerà una campagna per promuovere la libera espressione attraverso una comunicazione etica e basate su precisi valori.

Il giornalismo ha i suoi principi cardinali nell’accuratezza, equità, umanità, indipendenza e trasparenza; queste nozioni possono fornire una base per una nuova era di comunicazione pubblica etica.

Da cartadiroma

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