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Disciplina di partito e voto di coscienza

 
Unioni civili, il caso di riapre, dice il Corriere. “Rivolta nel Pd sulle unioni civili: no alle adozioni”, fa eco Repubblica che a pagina 2 spiega: “Stop alle adozioni civili da trenta cattolici dem: adozioni via dal testo”. Ma cosa c’è di male – mi ha chiesto ieri un giornalista alla bouvette – se sui matrimoni omosessuali i parlamentari votano secondo coscienza e non per disciplina di partito? Niente! Ma se il voto di coscienza è una eccezione assoluta, allora l’eccezione fa scandalo. Ieri l’aula del Senato ha trascorso una giornata intera – complice un quasi ostruzionismo delle opposizioni- per votare quel che il governo aveva già deciso e comunicato. E cioè che a gennaio si dovrà prima votare, allineati e coperti, la riforma costituzionale, dopo verrà la “carota” delle nomine dei presidenti di commissioni – qualche contentino per senatori renitenti? – e solo infine l’esame “divisivo” sulla legge Cirinnà.
Scusate se parlo di me, ma le due ore e mezza che il gruppo dei senatori Pd ha dedicato al caso Mineo sono state un punto di svolta. In quella occasione molti colleghi – di cui non ricordo il nome perchè raramente prendevano la parola – chiesero in coro: “perchè noi dobbiamo votare, e spesso subire, e invece Mineo può dire e fare ciò che vuole?” Già, perchè? Se l’autonomia del mandato vale per uno, valga per tutti. Da quel giorno in poi – complici le lunghe vacanze e l’aria delle feste – il clima è molto migliorato nel Pd: sorrisi, abbracci, la minoranza accolta con l’amore che si deve al figliol prodigo. Zanda può ora presentare i sì compatti del gruppo come ciò che salva la legislatura e, secondo lui, la democrazia.
Beninteso, il confronto continua, ma altrove e comunque fuori dalle aule del Parlamento. Così oggi è Bersani a intestarsi una possibile mediazione sulle unioni civili: si voti per l’adozione ma si punisca più duramente l’utero in affitto. La minoranza Pd voterà la riforma del senato nella terza e definitiva lettura; e di conseguenza dovrebbe tutta – tranne uno o due, silenziose, obiezioni – schierarsi dietro Renzi nel referendum-plebiscito sulla sua politica che si terrà a ottobre. Cercherà di pesare nella composizione delle liste per le amministrative – in qualche caso con le primarie – chiederà più spazi nel Pd, proverà a sostenere qualche istanza critica della scuola, del sindacato, o dei dipendenti della P.A.
Il califfo spara le sue cartucce. Bombe e morti, stamani, a Giacarta. L’indonesia è il più grande paese islamico. Il governo, corrotto ma “democratico”, -dopo la lunga notte del regime di Suharto, imposto 5o anni fa nel sangue dalla CIA- ha proibito ai suoi islamisti di andare in terre di Daesh: chi trasgredisce non potrà tornare in patria. E Daesh colpisce. A Istanbul un altro ex “protettore” del califfo, Erdogan, ha dovuto ammettere che la strage di turisti tedeschi è stata concepita ed effettuata da quei tagliagole che la Russia combatte, ma ne ha approfittato per scatenare una caccia alle streghe contro intellettuali, giornalisti, curdi accusandoli di intelligenza col nemico russo. L’Europa continua a tacere con la Turchia. Non tace sulla svolta fascista in Polonia. La premier Szydlo convocata dal Parlamento di Bruxelles.
Elogio della vita contro conventio ad escludendum. Podemos, vero vincitore delle elezioni del 20 dicembre, è sotto assedio. Il governo, varato in extremis in Catalogna, punta sulla secessione evitando la sfida del referendum, proposto da Podemos. A Madrid, Ciudadanos, Psoe e destra di Rajoy hanno eletto insieme il presidente del Parlamento: prove convergenze nazionali, sfruttando la paura della secessione catalana. E che fa Podemos? La deputata Bescansa, porta in aula il suo bebè, lo allatta discretamente in un angolo, lo porge a Iglesias che lo prende in braccio. Invece del rancore grillino, un inno alla vita per rompere l’isolamento di Podemos e per denunciare l’aria stantia che si respira nel palazzo.

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