Riforma Rai a mani alzate

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Lukacs avrà sorriso nella tomba. Quando il Senato ha votato nel disinteresse e per alzata di mano il testo del governo sulla Rai. Ora legge della Repubblica. Un finale penoso ma realistico, infatti, corrispondente alla pericolosa mediocrità dell’articolato. Cui, si potrebbe supporre –in bonis- numerosi parlamentari hanno dato un’adesione distratta e forse imbarazzata. Già la passata settimana era mancato per due volte il numero legale. Tanti favorevoli di oggi erano, invece, critici rispetto al tentativo di portare la Rai sotto il controllo dell’ esecutivo. Come lo erano rispetto all’invasione mediatica di Silvio Berlusconi. Ora il quadro si è capovolto e una normativa che avrebbe visto crescere opposizione e barricate al cospetto del centrodestra a palazzo Chigi, passa disinvoltamente come una “varia ed eventuale” qualsiasi. Altro che patto del Nazareno. Qui si assiste alla soggezione diffusa al Capo, cui non è lecito ribellarsi neppure di fronte ad una svolta reazionaria che ci fa assomigliare paurosamente all’Ungheria o alla Bulgaria. Dove il governo sorveglia e punisce.

Insomma, siamo davvero al finale di partita, soprattutto perché la legge varata è il fischio d’inizio di un’altra partita terribile. Nel 2016 vi sarà prevedibilmente il referendum confermativo sulle modifiche della Costituzione, il colpo ferale inferto alla Carta che potrebbe esaurire il suo giro tra Camera e Senato il prossimo aprile. Come si celebreranno le elezioni amministrative, vero e proprio preludio della scadenza politica. E poi l’italicum, la pessima legge elettorale. Allora, la giornata di domenica scorsa sembra l’anticipazione dello standard prossimo venturo. Il presidente del consiglio viene accolto senza contraddittorio dall’Arena di Giletti, con il 20,98% di share e 3.866.000 teleutenti. La  par condicio è morta e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni non pare preoccuparsene. La presenza di governo e maggioranza in televisione non ha precedenti. Lo dimostrano i dati raccolti dal “Centro di ascolto dell’informazione radiotelevisiva”, vero e proprio gioiello dei Radicali, che calcola non i minuti bensì la fruizione reale dei “politici”. Se si analizza secondo simile criterio la situazione mediale, un brivido corre per la schiena: un tele-mostro si aggira nel villaggio globale. Poco rimane dell’articolo 21 della Costituzione. E’ vero che la legge-porcata sul servizio pubblico ha avuto opposizioni tenaci e combattive, in particolare da sinistra e cinque stelle. Tuttavia, nulla è stato accolto, neppure qualche emendamento teso ad attenuare il disastro incombente. No. Rimarrà scolpita nella Gazzetta ufficiale la figura abnorme dell’amministratore delegato, dotato di funzioni inedite a scapito del presidente e del consiglio di amministrazione, ridotti ad orpelli barocchi. Almeno negli articoli del dispositivo. Atti di disobbedienza sono, ovviamente, graditi.

A questo punto, il dissenso politico e culturale ha da esprimersi, superando l’inquietante timidezza che sembra aver pervaso mondi prima attivi, caduti in una vasca di valium. Se è vero che siamo nei pressi di un pericolo autoritario, che fa strame della divisione dei poteri, delle autonomie e dell’indipendenza, la tela va riannodata. Con rigore ed umiltà è da ricostruire un’alternativa, che riparta dalla e con la rete. La talpa digitale scava.

A proposito. Ai molti corrivi (a breve pentiti) che proporranno prima o poi un convegno di autocritica è bene dire –con Camilleri e Montalbano- di non rompere i “cabbasisi”. Per carità.

Fonte: “Il Manifesto”


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