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Rapporto Rsf: due giornalisti su tre morti in zone di pace

 

I giornalisti danno fastidio a chi ha sete di potere e, proprio per questo, oggi sono più che mai obiettivi da colpire. Non perché siano un totem, ma molto più prosaicamente perchè uccidere, minacciare, rapire o mettere in carcere un giornalista garantisce un doppio effetto molto funzionale: far star zitto lui o lei e spaventare chi eventualmente ne voglia prendere il posto.

Ce lo dice l’ultimo rapporto annuale di Reporter Senza Frontiere: per la prima volta da quando la nostra ong monitora lo stato di salute della libertà di informazione nel Pianeta, due terzi dei 110 giornalisti uccisi nel 2015 sono stati colpiti fuori dalle zone di guerra. Se a questo abbiniamo l’aumento del 35% di quelli tenuti in ostaggio (54, soprattutto in Siria, insieme a 3 citizen journalist e 3 media assistant) è chiaro che non si tratta di casualità. Dietro a queste azioni c’è una scelta precisa.

Come è una scelta precisa quella di colpire 27 citizen journalist (solo il 36% in zone di guerra) e i media assistant (7). Per quanto riguarda i reporter, 49 sono stati uccisi per motivi specifici legati alla professione, 18 mentre lavoravano e 43 per motivi non specifici ma riconducibili alla loro attività.

Un altro dato che non può non colpirci è come nel 2015 la morte sia tornata prepotentemente a mietere giornalisti sul suolo europeo. La Francia, per colpa della strage di Charlie Hebdo, si trova ad essere il terzo paese per reporter morti (8) dopo Iraq (11) e Siria (10).

Questi ultimi dati ci confermano che, ancora una volta, il Vicino Oriente è la zona più pericolosa per i giornalisti, come lo è dallo scoppio della guerra irachena il 24 marzo 2003.

E’ proprio qui che si concentramo maggiormente i rapimenti (79), che nel 70% dei casi avvengono in zone di guerra, il che evidenzia come il giornalista non sia più percepito come il mediatore culturale con il resto del mondo e come possibile veicolo delle proprie posizioni, ma come semplice merce di scambio.

L’altra grande piaga rimane quella dell’incarcerazione dei reporter (153) con Cina (23), Egitto (22), Iran (18), Eritrea (15) e Turchia(9) i paesi con i regimi più repressivi.

Mi preme sottolineare la grave recente repressione avvenuta alle porte della nostra Europa, in quella Turchia che fa parte della Nato e che a novembre ha firmato un accordo con l’Unione Europea per il controllo dei flussi migratori ottenendo in cambio 3 miliardi di euro, concessioni politiche e un rilancio del possibile ingresso a tutti gli effetti nell’Unione. L’Europa, però, non può permettersi di guardare prima ai dati economici e politici e solo successivamente a quelli legati a libertà e diritti.

Così come la comunità internazionale non può rimanere silente di fronte alla strage di giornalisti con il numero di morti sempre in aumento negli ultimi anni: 787 dal 2005 a oggi. Anche perchè chi si macchia di quese colpe è spesso persona più che riconoscibile: tiranni, dittatori, leader politici autoritari, terroristi, esponenti delle mafie e della criminalità organizzata. Chiunque abbia qualcosa da nascondere e molto da giocarsi, chiunque sia poco pulito. Uccidere, minacciare, rapire o incarcerare un giornalista è un ammissione di colpa. La comunità internazionale dove reagire a reati che colpiscono tutti e tutelare maggiormente l’informazione, che era e rimane un bene comune. Perché il giornalista critico e indipendente è come una lampadina accesa in un angolo buio.

Domenico Affinito, Vicepresidente Rsf Italia

Da usigrai

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