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La maledizione del populismo

 
Homo politicus. Matteo Renzi ha ben compreso la lezione del voto spagnolo, tanto da scalare la prima pagina (con foto) del Financial Times. “Non so cosa accadrà al mio amico Mariano (Rajoy) ma so che chi ha sostenuto in prima linea politiche di rigore senza crescita ha perso l’incarico”. Ben detto! Il Fatto tira fuori però una fotografia ingiallita: mostra quattro uomini in camicia bianca, quattro giovani socialdemocratici che 14 mesi fa si presentavano come il futuro d’Europa. Diederik Samsom, olandese, Manuel Valls, francese, Pedro Sanchez spagnolo e l’italiano Matteo Renzi. Dopo quella indimenticabile festa dell’Unità, Renzi ha irriso Tsipras pur di confermare il rapporto speciale con Angela Merkel, ha svalutato il lavoro come chiedoevano i rigoristi di Bruxelles, ha umiliato gli insegnanti, ridotto l’Inps in mutande per i tagli ai contributi alle inprese. E non ha lucrato che uno zero virgola, di crescita. L’allievo prediletto del rigore senza crescita è stato proprio lui,Renzi.
Populista! Da anni i sicofanti di una classe dirigente in svendita regalano tale epiteto, “populista”, a chi non si ritrova nello schema dell’alternanza addomesticata: destra “costituzionale” contro sinistra “riformista”, socialisti versus popolari. Populisti sarebbero, dunque, Tsipras a Iglesias, uniti in un solo fascio a Grillo e Casaleggio ma anche a Salvini, Orban e Le Pen. In realtà la parola populista è stata piuttosto usata, nel tempo, per indicare politiche di governo, che facevano di governo che si fondavano su di un rapporto diretto e carismatico con il popolo, per parlare di Peron, di Chavez, dei Kirchner. Se volessimo invece tornare alle origini, il populismo – in russo narodničestvo – è stato un movimento socialista che non voleva fare i conti con la realtà della industrializzazione di massa, del formarsi di monopoli industriali e finanziari, della crescita impetuosa di un proletariato urbano. In “Dentro e Contro”, pubblicato da Laterza, Marco Revelli ha definito Renzi “populista”. Per questo è stato irriso da Sabino Cassese e ignorato dalla stampa di corte. Ha ragione Revelli: Renzi non vuole (e non può) fare i conti con l’errore drammatico che ha caratterizzato la sua politica, liberista e mercatista in economia, dirigista e bonapartista quanto all’uso delle garanzie democratiche e costituzionali. Di conseguenza si agita, annaspa, accusa, allude, minaccia. Lo ha fatto con Angela Merkel, prendendo spunto dal gasdotto Nord Stream, lo ha fatto con Visco e Bankitalia per allontanare il sospetto di un proprio coinvolgimento nell’affaire Banca Etruria, lo fa con Bruxelles e Draghi, imponendo una finanziaria in debito perchè zeppa di sgravi fiscali e bonus elettorali. Chi più populista di lui?
Ma il populismo genera conflitti tra i poteri. Perché pur di salvare se stesso, il demagogo al governo attacca tutti e tutto. Stampa “Mattarella: no ai conflitti tra i poteri”. Repubblica, “Allarme del Colle: Banche, fatti gravi, ora serve la verità”, poi il sottotilo spiega: “tutelare i consumatori, basta scontri tra poteri”. Critiche del Quirinale? Beninteso, Mattarella sostiene il governo e la sua richiesta all’Europa di tutelare i risparmiatori. Però ha avvertito che le “invasioni di campo” devono finire. Invasioni come quelle del Governo nelle prerogative del Parlamento,“con l’abuso della decretazione d’urgenda -ricorda Polito- e di norme-mostro”. Né è possibile non cogliere lo sconcerto del Presidente per il modo con cui Renzi ha liquidato Bankitalia, come non terza, quando ha affidato a Cantone gli arbitrati.
La maledizione dei populismi è che si impiccano alla loro corda. Non sapendo né dire né dirsi la verità, il leader populista è spinto ad esaltare sempre di più il suo rapporto diretto con il popolo, a trasformare le elezioni in plebiscito, le garanzie democratiche in diritti solo per chi governa. All’inizio funziona, ma prima o poi il populista si impicca da solo. E in Italia la corda, è già pronta: si chiama Italicum. Al ballottaggio elettori di destra e di sinistra, ed elettori scoraggiati perché la colpa è di chi comanda, si troveranno a scegliere non per un’idea, o un progetto, una visione del mondo, ma tra un leader che conoscono, insofferente, a tratti arrogante, e un altro che a qualche titolo in grado di fermarlo. Cosa credete che faranno quegli elettori? Sceglieranno il voto utile? No, butteranno Renzi giù dalla torre.

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