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Terrorismo e Medioriente, la violenza non è la risposta

 
[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo di Lee Madersen pubblicato su openDemocracy – UK]

Gli attacchi terroristici di Parigi hanno trasferito in Europa quelle stragi e carneficine che in Siria sono all’ordine del giorno. L’ultimo di una serie di attacchi, dopo il massacro di turisti su una spiaggia della Tunisia, i bombardamenti ad Ankara, Baghdad e Beirut e l’abbattimento di un aereo russo, che fanno presagire un ciclo di violenza che lo stesso David Cameron ha definito conflitto della nostra generazione. E mentre tutto il mondo piange insieme ai cittadini di Parigi che hanno perso i loro cari, i politici si affrettano a impegnarsi in una reazione impulsiva proclamando il mantra “si deve fare qualcosa”.

Dopo ogni atrocità terroristica importante, si innesca una sorta di meccanismo che genera un riflesso pavloviano, senza mettere in questione se tale reazione e le relative strategie siano veramente efficaci. Se siamo attaccati, dobbiamo colpire, bombardare il nemico nel cuore della sua nazione, dichiarando una guerra spietata contro i barbari e gli infedeli e disumanizzando l’”altro”, così da credere di uccidere “animali” e non genitori, figli, fratelli, sorelle o esseri umani, così prolungando il ciclo di violenza. Vengono inoltre messe in atto più strette misure di sicurezza e di sorveglianza, trovate nuove risorse per i fondi pubblici che prima parevano esauriti, identificate comunità sospette che comprendono coloro che sono definiti “gli altri” – i giovani musulmani a rischio di radicalizzazione, i rifugiati, in particolare quelli provenienti dalla Siria, i criminali comuni che si sono convertiti all’Islam nelle prigioni, un elenco che continua all’infinito.

Tutto questo finisce per creare un clima in cui è incoraggiato il sospetto verso gli “altri”, mai direttamente dal governo ma come conseguenza delle azioni del governo. I politici populisti e i media influenzano i dibattiti attraverso una velata islamofobia, portando a un’alienazione e a un maggiore senso di divisione, alimentando così il ciclo di violenza. Il XXI secolo è stato testimone di un conflitto permanente tra il mondo islamico e l’Occidente, tra gli stessi islamisti e i musulmani, tra i sunniti e gli sciiti.

Le consuete risposte non hanno funzionato e non funzioneranno. Il tentativo di David Cameron di utilizzare il massacro di Parigi per ottenere un ok al bombardamento dell’ISIS in Siria è destinato a far ripetere gli errori del passato. La vittoria schiacciante di Jeremy Corbin come leader del Partito Laburista fornisce un’opportunità unica di mettere in questione la reazione impulsiva per cui la violenza genera solo ulteriore violenza, mettendo a freno l’istinto di bombardare che hanno alcuni deputati laburisti. Quali sono gli elementi che occorre considerare prima di dare il via a un escalation di conflitti?

Perché si sono verificati gli attacchi di Parigi?

È perché i responsabili degli attacchi odiano i nostri valori, il nostro liberté, egalité, fraternité? Sì, in parte. La dichiarazione pubblicata dallo Stato Islamico con cui sono stati rivendicati, descrive gli attentati a Parigi come azioni contro “i pagani riuniti ad un concerto di depravazione e vizio“; la Francia è un bersaglio perché è colei che “porta la Croce in Europa”. La dichiarazione inizia e si conclude con alcuni versetti del Corano che giustificano le atrocità commesse e condannano i “crociati”. Le azioni sono descritte come azioni religiose commesse a sostegno del Califfato, di una causa religiosa. Le persone comuni che svolgono le proprie attività e si divertono sono degli obiettivi in quanto considerate “infedeli”, i responsabili degli attacchi sono acclamati come “martiri”. Per lo Stato Islamico l’”altro” è una persona liberale, infedele, che non condivide la sua ideologia e metodologia religiosa.

C’è un’altra motivazione identificabile nella dichiarazione dello Stato Islamico, che attribuisce agli attacchi il motivo di rappresaglia contro i francesi che “si vantano della propria guerra contro l’Islam e colpiscono i musulmani nelle terre del Califfato con i loro aerei”. E probabilmente questa frase rappresenta un avvertimento verso le altre nazioni che bombardano lo Stato Islamico in Siria, perché anch’esse potrebbero essere prese di mira.

Un’altra motivazione per gli attacchi può essere compresa nell’ambito della guerra di propaganda che lo Stato Islamico ha dichiarato ai gruppi rivali, come ad esempio Al Qaeda, per poi ottenere l’obbedienza degli islamisti di tutto il mondo. L’assassinio mirato di Mohammad Emwazi [Jihadi John, NdT] e la perdita della città di Sinjar, avvenuti nella stessa settimana degli attacchi di Parigi, hanno rappresentato sconfitte dello Stato Islamico ma sono state sovrapposte nei media di tutto il mondo da quello che è accaduto a Parigi. Il terrorismo è un evento mediatico ideato per aumentare l’influenza e la reputazione e per attirare supporto e finanze, mentre al contempo crea terrore tra la popolazione. Gli Stati inevitabilmente reagiscono in modo sproporzionato, incrementando i livelli di paura e indicando come capro espiatorio certe fasce della popolazione; in questo modo non fanno che aumentare l’alienazione e il supporto alla causa dei terroristi.

Che cosa si può fare?

David Cameron, nella sua dichiarazione ufficiale in seguito agli attacchi di Parigi, ha delineato una “reazione ad ampio raggio”, il cui elemento fondamentale è quello di bombardare le roccaforti dello Stato Islamico in Siria. Ciò che è stato omesso in questo “ampio raggio” e dal programma di prevenzione è il riconoscimento che la politica estera francese, inglese e americana hanno un ruolo importante nell’influenzare molti persone ad unirsi ai gruppi jihadisti.

Uno dei primi passi per soppesare le reazioni ai fatti di Parigi e allo jihadismo consiste nel riconoscere la nostra eredità storica e attuale nel Medio Oriente. Nel corso degli ultimi secoli, Inghilterra, Francia e Stati Uniti si sono impegnate nella gestione di questa regione con conseguenze disastrose. Dall’accordo Sykes-Picot del 1916, con il quale sono state ripartite le rovine dell’Impero Ottomano (l’ultimo Califfato) creando confini artificiali tra gli Stati, ai cambiamenti di regime, al rovesciamento di governi sia autocratici che eletti democraticamente, arrivando fino all’invasione dell’Iraq e ai bombardamenti in Libia lasciandosi alle spalle aree contese che sono diventate dominio dei gruppi islamisti. La nostra storia in questa zona è una serie di errori e dovremmo riconoscere che il nostro coinvolgimento ha contribuito all’emergere degli attuali problemi, piuttosto che asserire con arroganza che un nostro ulteriore coinvolgimento porterà pace e stabilità nella regione.

Si deve essere onesti con la popolazione inglese, mettendo in chiaro che l’interesse nazionale e la sicurezza nazionale non sono la stessa cosa. I governi hanno sempre cercato di far apparire questi due aspetti come indivisibili. La sicurezza nazionale, la priorità di un governo, deve proteggere i cittadini, tuttavia l’interesse nazionale sembra averla surclassata. Non si ottiene la sicurezza nazionale invadendo l’Iraq e l’Afghanistan, o bombardando Libia e Siria. I complotti terroristici sono progettati ad Amburgo e a Bruxelles allo stesso modo in cui lo sono a Raqqa e a Kandahar. L’invasione dell’Iraq non ha infatti avuto come conseguenza la riduzione della minaccia terrorista ma al contrario la sua crescita, dato che il movimento di Al Qaeda si è diffuso in Iraq, lontano dalla propria base afghana, nel Nord Africa e nella penisola araba. I bombardamenti in Siria e in Iraq non rendono più sicura l’Inghilterra, non fanno che aumentare la minaccia a cui sono esposti in cittadini inglesi su una spiaggia in Tunisia o nelle strade delle città.

Il governo può anche credere che ciò sia un prezzo che vale la pena pagare, ma ciò nonostante si tratta della realtà. L’interesse nazionale ha persuaso il governo che commerciare con l’Arabia Saudita sia più importante che trattare quei regimi come responsabili di finanziare e fare propaganda al Wahhabismo, una dottrina islamica estremista non molto diversa dall’ideologia dello Stato Islamico, nelle moschee e nelle madrasse di tutto il mondo. A fini di interesse nazionale i rapporti con la Turchia, nostro alleato nella NATO, sono così importanti che sono stati trascurati gli abusi sui Curdi, la semplicità con cui le reclute dello Stato Islamico entrano ed escono da quella nazione, e la compravendita di petrolio dello Stato Islamico al mercato nero. L’interesse nazionale significa quindi sottomettere la politica estera inglese all’ottenimento di una maggiore autorità sul palcoscenico mondiale, per tenere aperti i mercati alle merci e ai servizi inglesi, inclusa la vendita di armi a uno dei regimi più oppressivi del mondo. Tutte azioni che indeboliscono la sicurezza dei cittadini.

I principi di sovranità e non-intervento dovrebbero essere rivisti. La storia in Medio Oriente non riporta interventi che abbiano migliorato situazioni già travagliate. In Siria è in corso una guerra per procura condotta dalle grandi potenze con interessi nella regione senza riguardo per le sofferenze della popolazione siriana. L’Occidente ha incoraggiato la rivolta contro il regime dispotico di Assad, ispirandosi a quello che è successo in Libia per deporre Gheddafi. Ma le aspettative non sono state soddisfatte perché gli Stati occidentali hanno dato importanza solo ai propri interessi nazionali ignorando il crescente bilancio delle vittime e rifiutando qualsiasi soluzione che avrebbe incluso Assad. La Russia è intervenuta per proteggere i propri interessi nazionali rappresentati dai porti e dalle basi militari presenti nell’area occidentale del Paese. L’Arabia Saudita, il Qatar e gli Stati del Golfo sostengono il loro gruppo di terroristi preferito contro il regime di Assad, appoggiato dall’Iran e dalle sue reti terroristiche. L’Arabia Saudita e l’Iran stanno facendo una guerra sulle menti dei fedeli, mentre la Turchia sta perseguendo i propri interessi nazionali combattendo contro i Curdi piuttosto che contro lo Stato Islamico, rendendo il rovesciamento del regime di Assad un requisito per qualsiasi negoziato di pace. Lo Stato Islamico sta modificando la geografia della regione attraverso l’unione di ex forze baathiste e jihadiste in tutto il mondo. L’intervento, o l’interferenza, di forze esterne, che siano benevole o mal intenzionate, ha comportato netti peggioramenti nella regione.

Il problema dello Stato Islamico è di tipo sia teologico che strategico. Una vittoria in campo militare non è più probabile di quella contro Al Qaeda. Lo Stato Islamico mantiene le proprie posizioni e potrebbe essere costretto ad abbandonarle e essere sconfitto dalle forze armate. La difficoltà sta nel fatto che in questo modo l’ideologia jihadista non sarebbe sconfitta e ci ritroveremmo nell’attesa di un’iterazione del fenomeno. Il ripristino del concetto di jihad come lotta interiore piuttosto che conflitto rivolto all’esterno è un compito che spetta ai teologi musulmani, non a un governo. Nel frattempo, invece di innescare la creazione di nuovi martiri impegnati in atti di vendetta, potrebbe essere perseguita una strategia di contenimento nelle more dei negoziati di pace relativi alla guerra civile siriana, i quali coinvolgono la figura di Assad nella transizione a un regime post-Assad.

La minaccia di attacchi sul suolo inglese è reale e l’esodo di centinaia di giovani per andare a combattere in Siria evidenzia la sfida che il Paese sta affrontando. Per attenuare il fascino esercitato dai gruppi jihadisti, molti aspetti della strategia di prevenzione sono utili ed è un fatto positivo che il Primo ministro inglese abbia abbandonato il tema della negazione della religiosità dello Stato Islamico. Ciò consente alle organizzazioni come Quilliam, il Consiglio Musulmano in Inghilterra e i singoli imam di sfidare lo Stato Islamico dal punto di vista teologico. Trattare la popolazione musulmana in Inghilterra come se fosse tutta uguale non è d’aiuto, in quanto ne riduce l’identità complessa non riconoscendo che, come tutte le comunità, anche questa include gruppi di individui molto diversi tra loro. Mettere nello stesso calderone tutti i musulmani compresi gli islamisti, e rifiutarsi di trattare, significa per il governo il rischio di perdere una risorsa preziosa di intelligence.

In risposta agli attacchi di Parigi è arrivato il momento di riflettere, piuttosto che alimentare di nuovo il ciclo di violenza.

Da vociglobali

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