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Pasolini è morto, le sue parole no

 
Con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità”.
Pier Paolo Pasolini scendeva negli inferi per cercare l’innocenza dove solo un poeta della vita può immaginarla, lì nella notte del 2 novembre del 1975 fu torturato a morte in mezzo alle baracche dell’idroscalo di Ostia, ucciso in un agguato che ha il sapore acre della condanna capitale di un profeta delicato nato in un paese meraviglioso e oscuro.
Hanno ammazzato uno che se lo meritava, uno senza speranza, “un gattaccio in cerca d’amore”, un’anima dannata in balia di un piacere indecente, così la “mutria cretina” alla notizia della morte di Pier Paolo Pasolini per mano di carnefici miserabili armati da una regia del male impaurita da un pensatore libero.
La morte di un intellettuale indagata in un’inquadratura d’ombra, una verità mai rivelata, mai realmente cercata, per l’inchiesta riaperta nel 2010 e chiusa nel maggio scorso ancora una volta la stessa sorte, un muro buio di torbida finzione in cui l’unico testimone oculare noto alle cronache mente, e la gestione delle prove oltre alla scena del crimine, sin da subito inquinata, ha sbriciolato negli anni la verità nelle tenebre.
Pier Paolo Pasolini è morto, le sue parole no, quelle destano l’anima di ogni lettore come ogni mattino d’alba, un pieno di dolore, di persecuzione, d’amore, di mistero, di Bellezza, di passione, di Dio, di tradizione e di futuro, la sua Poesia resta “qualcosa di buio in cui si fa luminosa la vita: un pianto interno, una nostalgia gonfia di asciutte, pure lacrime”, dalla filologia lirica in friulano in “La Meglio gioventù”, alla ferita profonda di chi si interroga sul come vivere la vita e la propria omosessualità tra cristianesimo e marxismo in “L’usignolo della chiesa cattolica”, alle terzine pascoliniane delle “Ceneri di Gramsci”  fino ai pensieri intimi della ” Poesia in forma di rosa”.
“Quanto alle parolacce, come vede, ho fatto molto uso di puntini: potrei farne (naturalmente a malincuore) ancora di più, se Lei lo credesse opportuno”, così Pasolini scrive a Livio Garzanti nel 1955 per ottenere la pubblicazione di “Ragazzi di vita” a cui seguirà “Una vita violenta”, fango gelato di borgate in un caldo feroce in cui l’eterna lotta di opposte umanità tra la periferia e il centro vive nelle vene dei due protagonisti Riccetto e Tommaso, e nelle acque di un fiume che permette bagnando la propria carne di immaginare un altrove in cui far vivere il proprio cuore.
Pasolini e le parole, Pasolini e la mescolanza dei più infiniti modi di sentire dal colloquio con Ezra Pound per la rubrica “Incontri” alle interviste di strada sull’amore”, come anni dopo Michel Foucault chiamerà i Comizi in cui tra le risposte di uomini e donne resta la voce di Ungaretti che alla domanda dello scrittore su cosa è sessualmente normale risponde: ” ogni uomo è fatto in modo diverso, fisicamente e spiritualmente, ogni uomo è anormale, e io personalmente sono un poeta quindi cominciò con il trasgredire tutte le leggi facendo della poesia”. Perché non vi è colpa nell’amore i corpi “che hanno la propria carne” come credeva Pier Paolo.
Trasgredire per Pasolini era “giungere alla morte dopo essere veramente vissuto”, trasgredire per Pasolini era dire la verità, sulla televisione con il suo potere omologante, sul proprio piacere per antiche voglie per cui subì processi, il giudizio dell’intellighenzia e l’espulsione per omosessualità dal Pci.
Sulle morti figlie dell’oro nero in “Petrolio” il romanzo incompiuto di cui alcuni brani, come l’Appunto21, sembrano scomparsi, il poeta dichiarò di aver scritto 600 pagine ne sono rimaste 522 in cui erotismo e giochi di potere invisibile squarciano il cielo di “Lampi sull’Eni” e lambiscono le acque in cui lo stesso Pasolini muore tra borghesia e potere.
“Con il mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili” le parole di Osip Mandel’štam che il poeta sceglie all’inizio del romanzo descrivono Pier Paolo Pasolini, la sua disperata purezza, l’amore per l’umanità bandita, il ripudio della tolleranza una forma di raffinata condanna e della libertà ottenuta dal tacere:
“Ma c’è una razza che non accetta gli alibi, una razza che nell’attimo in cui ride si ricorda del pianto, e nel pianto del riso”.
Pasolini e i troppi alibi per il mondo che lo ha perduto.

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