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America Latina, catastrofi e nuovi presidenti

 

Se Parigi e Bruxelles stanno riempendo le prime pagine europee, l’America Latina rivendica l’attenzione mediale su eventi che potranno cambiare, e non necessariamente in meglio, la sorte di due delle sue nazioni leader.

PRIMA PARTE
Deregulation a orologeria in Brasile

Il crollo delle dighe che il 5 novembre hanno causato il riversamento di 50 milioni di metri cubi di fanghi e liquami tossici, soprattutto mercurio, nel fiume Rio Doce, e la conseguente distruzione del villaggio adiacente di Bento Rodrigues, è una tragedia largamente annunciata. La Samarco Mineração, società mineraria parte della multinazionale Vale, e responsabile della costruzione, ha già messo le mani avanti, mentendo spudoratamente, con l’asserzione che i materiali riversati fossero inerti e quindi non dannosi. Contravvenendo le analisi svolte dalla Saae (Servizio Idrico e Fognario) che hanno accertato la presenza non solo di mercurio nelle scorie, ma anche percentuali altissime di ferro, manganese e alluminio superiori ai minimi consentiti. Il Rio Doce è uno snodo fluviale strategico, che collega lo stato di Minas Gerais con l’Oceano Atlantico. Il suo inquinamento può causare danni all’ecosistema per oltre un secolo, con annientamento della fauna quasi totale. Per ora sono state quantificate 12 vittime; ma sono circa 250.000  le persone ora prive di acqua potabile. Nessun piano di prevenzione era in vigore, la licenza ambientale scaduta nel 2013.

La Vale foraggia i maggiori partiti dell’arco parlamentare, un sistema di tangenti che ricorda da vicino, quello applicato da Ilva di Taranto, che per decenni ha corrotto politici e sindacalisti.

In particolare, l’azione del senatore del PMDB (Partido do Movimento Democràtico Brasileiro) Romero Jucà, che sta spingendo da anni l’approvazione di un vasto progetto di “deregulation” ai fini di liberalizzare le norme ambientali, che ostacolano a suo dire le infrastrutture “strategiche” dentro le terre d’Amazzonia.

Si veda il caso di una delle più grandi miniere d’oro al mondo, sita a Paracatu, sempre nel tormentato stato di Minas Gerais. Percentuali di arsenico superiori 25 volte la media umana di tolleranza, che affligge con tumori e malformazioni gli operai locali. Un’altra similitudine con la nostra famigerata Ilva. Alla Samarco, è stata comminata una multa di 250 milioni di real (pari a circa 55 milioni di euro) con la chance di una riduzione del 30% se pagata entro la prossima settimana. Una nuova beffa, che ridurrà la somma a meno di 40 milioni di euro. Briciole per una multinazionale che ha fatturato nel 2014 quasi tre miliardi di real. Il disastro attuale, dovrebbe far suonare il campanello d’allarme per un’altra potenziale mina pronta a esplodere: la diga Belo Monte in costruzione sul fiume Xingu, ai confini con Paraguay, nello stato di Parà.

Anche in questo caso, si stanno violando le tutele ambientali, mettendo a rischio ecosistema e persone, causa le emissioni di metano che deteriorano la foresta pluviale, e la riduzione di oltre il 70% del flusso idrico del fiume, dovuta alla deviazione del suo corso per via dei canali artificiali. Conseguenze sono: estinzione progressiva delle specie endemiche, allagamenti dei villaggi indios, e rimozione forzata già in atto delle popolazioni vicine al sito.

Anche qui, la corruzione politica che continua a falcidiare il Pt (Partido Trabalhadores)della presidente Dilma Rousseff, dallo scandalo Petrobras in poi, contagia un po’ tutti; l’ultima mazzetta di 20 milioni di real, è stata pagata dalla ditta Camargo Correa ancora al Pmdb, che si candida così come concorrente più autorevole, ma poco onorevole, del Pt, nella corsa coi sacchi verso il baratro istituzionale.

Qui il video della disgrazia delle dighe in Brasile

Ps. L’inchiesta è stata coadiuvata dalle preziose info locali, attinte dal sito O Resto da Carlinho e la scrittrice Eliane Brum. E’ doveroso ringraziarli. (f.b.)

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