Vittime di tratta, rimpatriate in Nigeria, paese ‘sicuro’. L’Arci denuncia il cinismo e l’insensibilità politica e morale delle autorità italiane

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Imbarcate su un aereo e rispedite in Nigeria. Si è chiusa nel peggiore dei modi la vicenda di almeno venti delle 66 donne nigeriane da luglio rinchiuse nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Arrivavano dalla Sicilia, dove erano sbarcate dopo il solito viaggio sui barconi gestiti dai trafficanti di esseri umani, viaggio che non avevano pagato perché c’era chi per loro aveva già programmato un futuro sulle strade, merce da immettere nel mercato del sesso.

Nessuno, dopo lo sbarco, le aveva informate sulla possibilità di presentare richiesta d’asilo, eppure i segni delle violenze subite erano ben  evidenti sui loro corpi e raccontavano storie di abusi, sessuali e psicologici. Da questo orrore pensavano di essere finalmente fuggite, dopo mesi di viaggio attraverso la Nigeria, il Niger, la Libia. Alcune violentate anche dalla polizia nelle carceri di Zwara, come hanno raccontato ai volontari delle associazioni cui era stato finalmente concesso l’ingresso nel Cie e che le hanno informate sul loro diritto a chiedere asilo.

Ma la richiesta di protezione è stata accolta solo per quattro di loro, mentre per le altre è scattato l’ordine di rimpatrio. La Nigeria di Boko Haram è infatti nella lista dei paesi ‘sicuri’ e a fermarne il rimpatrio non è bastata nemmeno la richiesta di sospensiva del Tribunale che stava analizzando le richieste.

Nell’esprimere la nostra amarezza, la nostra preoccupazione per la sorte che attenderà in patria queste giovani donne già così duramente provate, non possiamo che biasimare l’Italia, la sua insensibilità morale e politica, la superficialità con cui vengono trattati anche i casi più dolorosi. Del resto già l’Europa più di una volta ha stigmatizzato il nostro paese per le espulsioni illegittime. Eppure nulla sembra mutare. Di fronte alla marea umana che preme alle frontiere del nostro continente, le istituzioni europee e italiane non riescono a trovare una posizione comune per garantire accoglienza e integrazione, dimostrandosi ancora una volta inadeguate e ciniche.


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