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Adro, cinque anni dopo

 

Cinque anni dopo per raccontare se e cosa è cambiato nel paese divenuto famoso per i simboli del Sole delle Alpi impressi nella scuola pubblica. Sfogliare le pagine dei giornali di allora e tornare in quei luoghi per trovare il punto dal quale ripartire e raccontare cosa è successo in quel di Adro che oggi, nonostante tutto, è ancora governato da un esponente del Carroccio. Oscar Danilo Lancini (nella foto) è stato sindaco per dieci anni (dal 2004 -2014 ) è lui quello della mensa negata ai bambini, gli stessi piccoli “usati” per la sua nuova battaglia il cui slogan di pancia oggi è: “Teoria del Gender? Genitori, dovete combatterla perchè è un’ignobile porcheria che mira a destrutturare l’identità sessuale dei bambini”.

Meglio però è iniziare il racconto parlando di denaro e rileggendo gli stralci della lettera scritta nel 2010 dall’imprenditore Silvano Lancini (premiato nel 2012 da Articolo21) che aveva pagato di tasca sua i 10mila euro per la mensa dei bambini delle famiglie morose e che già al tempo poneva una domanda: “Dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno?” .Qualcuno in Procura se lo è chiesto tanto che il sindaco leghista Oscar Lancini, nel novembre 2013, venne accusato di “turbata libertà degli incanti e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente” e “falso in atto pubblico” per aver favorito alcune aziende nella gara d’appalto per la realizzazione di alcune opere pubbliche, e in particolare oltre alla stessa struttura scolastica, anche l’area feste della cittadina: oltre un milione di euro per lavori assegnati evitando i bandi di gara, passati direttamente a imprese vicine al primo cittadino. Un’inchiesta  in cui sono coinvolte 23 persone, un’indagine iniziata grazie alla segnalazione di alcuni consiglieri di minoranza. Gli accertamenti avevano subito messo in luce che la maggior parte dei lavori erano stati eseguiti da un gruppo di imprese “a scomputo” degli oneri di urbanizzazione dovuti al Comune dagli stessi imprenditori.

“Il sonno della ragione genera mostri”, annotava l’imprenditore che rifletteva anche su alcuni aspetti sociali sempre di attualità: “Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che, seduti in un bel ristorante, se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina. Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male“. Neppure i simboli del Sole delle Alpi sui banchi e sulle vetrate dell’istituto comprensivo che porta il nome dell’ideologo leghista Gianfranco Miglio, sembravano fare male e neppure turbare, tanto che la loro rimozione divenne esecutiva solo a seguito di una sentenza del tribunale del Lavoro che sanciva un principio di “discriminazione” politica per i lavoratori tra cui insegnanti e bidelli. Una causa intentata dal sindacato e dall’Asgi perché nessuna istituzione – ad iniziare dalla Prefettura -, nessun politico si era mosso  per impedire quella “sospensione della democrazia” che venne invocata solo due anni dopo, allorché l’opposizione in consiglio comunale rassegnò le dimissioni dopo il suicidio del loro capogruppo che a detta dei suoi compagni politica non aveva retto gli “attacchi personali volti a distruggere e adì vangare la sua persona”da parte di chi continuava a gestire il bene  comune come fosse proprietà personale e dove si riservano insulti e calunnie a coloro che non si allineano.  Un consiglio comunale ridotto a “luogo di mera ratifica di decisioni assunte altrove” e dove non c’era scampo per chi si opponeva al governo della Lega.

Dalla mensa negata ai bonus bebè e agli affitti solo per gli italiani, dalla scuola comunale tappezzata con i simboli leghisti alla gestione fraudolenta degli appalti; nonostante tutto ciò il sindaco leghista Oscar Lancini ha rischiato anche di finire in Senato e solo per un soffio ha mancato lo scranno nell’Assemblea d’Europa. Lui non ha mai fatto un passo indietro tanto meno si è astenuto da lanciare insulti anche all’ex presidente della Repubblica Napolitano, reo di aver nominato cavaliere della Repubblica l’omonimo imprenditore Silvano Lancini: “Un riconoscimento assegnato a cani e porci”, si era espresso il primo cittadino che tra i suoi trofei giudiziari ha potuto così anche aggiungere quello per vilipendio. Ma lui ha fatto spallucce. Anzi, quello che venne accusato e schernito era l’altro Lancini che già presagiva cosa sarebbe accaduto come aveva anticipato nel suo testo:Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo. Posso sopportarlo”. 

Sull’altro versante Oscar Lancini  ha proseguito per la sua strada. Prima di lasciare il Comune ha infatti inaugurato un monumento dedicato a Nerone: una statua di quasi due metri corredata dalla citazione di Alberto Sordi: “Vuoi vedere che non era matto e Roma era meglio bruciarla?”. A lato l’immancabile sole delle Alpi, come se fosse il marchio di proprietà politica impresso a fuoco sulla pelle di quel luogo e di chi lo abita. 

 

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