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Un “treno” per l’Europa. La rotta dei migranti attraverso l’imbuto dei Balcani

 

Il viaggio del giornalista Karl Hoffmann al confine tra Grecia e Macedonia, dove centinaia di migliaia di migranti sono di passaggio verso il cuore dell’Europa. Pronti a salire sul vecchio treno “Gorbaciov” verso la Serbia. Ma se l’Ungheria alza il muro, gli effetti a catena si avranno su tutti i Paesi di transito

GEVGELIA (Macedonia) – Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite sarebbero quasi mezzo milione i migranti pronti a partire dalle coste turche verso l’Europa. Un esercito di persone che come prima tappa del viaggio incontra le isole greche: sulla turistica Kos, a 4 chilometri da Bodrum, sono arrivati in migliaia. “Le autorità greche, complice l’alta stagione, non hanno che un obiettivo: mandarli via il prima possibile”, spiega Karl Hoffmann, origini tedesche ma italiano d’adozione, corrispondente per televisione e radio estere. In questi giorni si trova nella macedone Gevgelia, cittadina a ridosso del confine con la Turchia. “Dalle isole i migranti arrivano sulla terraferma: da lì, partono per altri Stati europei. Tanti vogliono andare in Germania”.

Raggiungono Atene in treno, poi Salonicco in autobus. Da lì, si spostano verso la frontiera macedone: oltre 70 chilometri a piedi. “La Macedonia da un paio di mesi non opera più respingimenti: le cifre sono troppo alte. Così, accetta il passaggio. Sa che non è che uno Stato di transito, e che nessuno si fermerà sul suo territorio. Da due giorni, non li censisce nemmeno più”. I migranti – siriani, soprattutto, ma anche pakistani e afghani, con qualche africano che ha scelto di evitare di passare dalla Libia – camminano lungo una ferrovia sotto temperature che arrivano a 40º, fino a raggiungere una ‘frontiera verde’: “Non c’è un muro né una rete, solo un posto di blocco improvvisato: è una frontiera dove i documenti non vengono controllati. Si passa attraverso quella linea per raggiungere – sempre a piedi – Gevgelia, il primo paese in terra macedone con una ferrovia. Ieri volevo andare con loro, ma le autorità mi hanno fermato: sono tedesco, non potevo passare di lì, ma dalla frontiera dove si controllano i passaporti. Sembra assurdo, ma dalla ‘frontiera verde’ possono passare solo i profughi”. Tante famiglie, bambini piccoli, donne anziane con il bastone: la camminata verso la stazione è di 4 torridi chilometri. “Ho incontrato un uomo con le stampelle, senza una gamba, persa in Siria durante la guerra. Non si è mai fermato”.

Da Gevgelia partono i treni verso il villaggio di Tabanovci, un chilometro prima del confine con la Serbia (che raggiungeranno a piedi, o in bicicletta), un viaggio di 4-5 ore, l’ennesimo step verso la Germania: al giorno, 5 treni arancioni del 1960 soprannominati ‘Gorbaciov’, ognuno con 2 vagoni. “La salita su quei treni è una calca impressionante: calci, pugni, volontari e involontari per guadagnarsi un posto in un vagone fatiscente. Chi è più forte ha la meglio. Per fortuna ogni tanto qualche associazione distribuisce un po’ d’acqua e cibo. Stime recenti calcolano che in 60 giorni siano passate di qui 200 mila persone: i collegamenti sono insufficienti. L’unica strada per raggiungere la Germania dalla Turchia passando per la Grecia è questa: un imbuto. E la Macedonia non conosce questo fenomeno, è naturalmente impreparata ad affrontare flussi crescenti”.

Intanto, il muro anti-migranti alzato dall’Ungheria è quasi pronto. Sarà ultimato entro la fine del mese: “Questo è un gioco a domino: se i migranti passano piano piano da un Paese all’altro e ognuno fa la sua parte non succede nulla. Se l’Ungheria chiude le frontiere, la Serbia collasserà e potrebbe decidere di bloccare i migranti ai confini. A quel punto, sarebbe la Macedonia a esplodere: se dovesse di decidere di ripristinare i respingimenti, toccherebbe alla Grecia gestire le centinaia di migliaia di migranti in fuga, rischiando di precipitare, di nuovo, in una crisi profonda”. (Ambra Notari)

Da redattoresociale

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