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I “pizzinari” di Matteo Messina Denaro

 

Quelli arrestati la scorsa notte nei feudi della Valle del Belice sono gli ultimi “pizzinari” individuati dal gruppo interforze che sta dando la caccia al super latitante Matteo Messina Denaro. Polizia (Squadre Mobili di Trapani e Palermo, Sco, servizio centrale operativo) e Carabinieri (Ros e comando provinciale di Trapani) stanno cercando di mantenere il fiato sul collo del super latitante di Castelvetrano, ricercato dal 1993. Sono molteplici le operazioni che in questi 22 anni di latitanza hanno cercato di fare quanto più terra bruciata attorno al capo mafia belicino, sono stati arrestati parenti diretti, il fratello e la sorella, Salvatore e Patrizia Messina Denaro, il cognato Vincenzo Panicola, nipoti, come Francesco Guttadauro e Girolamo Bellomo, una serie di cugini a cominciare da Lorenzo Cimarosa unico ad avere deciso di collaborare con la giustizia, e non meno rilevante è stato l’arresto di un altro cugino, Mario Messina Denaro.

Tutti avevano ruoli precisi, non solo “postini” del boss ma anche suoi mandatari per “governare” Cosa nostra trapanese. Come tali lo erano alcuni degli 11 appena finiti nelle patrie galere dove meritano di stare. Tutti pezzi importanti della montagna di merda che continua ad essere la mafia che così è ancora oggi anche se non spara più e non mette bombe in giro per l’Italia. Ad essere arrestati nel tempo non sono stati soltanto parenti prossimi o meno prossimi del latitante, ma anche soggetti già condannati per mafia e tornati liberi dopo avere espiato le condanne, o anche personaggi incensurati e insospettabili come accaduto ancora nel blitz Ermes della scorsa notte. Matteo Messina Denaro continua ad essere il capo assoluto della mafia trapanese che non è seconda a quella palermitana, perché ancora oggi, come in passato, la mafia di Trapani è quella che custodisce le “casseforti” di Cosa nostra, conosce i canali usati per trasferire all’estero, nelle city finanziarie europee, ingenti capitali.

Ci sono state indagini che per esempio hanno provato l’esistenza di clan mafiosi all’estero, in Belgio come in Venezuela, tutti riconducibili a Matteo Messina Denaro, che quindi è anche una sorta di “ministro degli esteri” della mafia siciliana. La mafia di Trapani ha anche un’altra particolarità, quella di essere stata ed essere ancora oggi capace, grazie a Matteo Messina Denaro, di parlare con la “politica” e con la “massoneria”, “ingredienti” indispensabili nel crocevia di commistioni che a Trapani affonda storiche radici. Circostanze non secondarie nella latitanza del boss belicino che resta protetta da personaggi protagonisti di questo crocevia. La mafia di Trapani non è solo quella delle “coppole e delle lupare”, ma è anche la mafia cosidetta borghese, quella alla quale appartengono colletti bianchi e professionisti.

Tutti devoti, punciuti o non punciuti, a Matteo Messina Denaro. E’ classica l’affermazione ad ogni operazione da parte di magistrati e investigatori circa “il cerchio che si stringe” attorno al boss. Indubbiamente gli 11 ultimi arrestati sono stati tolti alla disponibilità di Cosa nostra trapanese, ma nella realtà chi cerca Matteo Messina Denaro deve fronteggiarsi con l’abilità del latitante che resta quella di evitare contatti e incontri diretti, agisce solo con i “pizzini” che vengono spediti e rinviati al boss secondo cadenze precise, appena tre o quattro volte l’anno. Solo in poche occasioni sono stati recuperati i “pizzini” ma da qualche tempo questo non avviene più, l’ordine del boss dato ai suoi “corrispondenti” è quello di distruggere i “pizzini” una volta letti. E nel corso delle indagini del blitz Ermes i poliziotti hanno filmato la distruzione dei “pizzini” e addirittura hanno visto uno degli arrestati, l’anzianoVito Gondola, capo della mafia di Mazara, scavare in terra per nascondere ciò che era rimasto della corrispondenza con il capo mafia. Ma non solo.

Ancora nel corso delle ultime indagini si è registrato il fatto che il boss Matteo Messina Denaro ad ogni operazione per qualche tempo, anche due anni, è capace di interrompere i contatti con l’organizzazione. I suoi uomini nel frattempo sanno come muoversi per le direttive, così definite dagli investigatori, o gli ordini, tali sono considerati dagli emissari del boss, impartiti dal super latitante. Gli arrestati dell’operazione Ermes hanno gestito i contatti con Matteo Messina Denaro tra il 2011 e il 2014, i contatti si sono interrotti nel febbraio 2014 quando si è saputo della collaborazione con la giustizia di Lorenzo Cimarosa. Fatto che è stato lapidariamente commentato da Vito Gondola “è un cornutu che ha pisciato fora dal rinale”. Astio e rancore verso i collaboratori sono anch’essi una costante che emerge dalle intercettazioni di tutte le indagini antimafia e non solo riguardanti il trapanese. La mafia di Trapani poi è anche una mafia potente perché pochi sono stati gli uomini d’onore che hanno deciso di “pentirsi” e quelli che hanno scelto la strada della collaborazione almeno negli ultimi anni non solo si contano sulle dita di una sola mano, ma si è sempre trattato di soggetti che mai hanno avuto contatti diretti col boss. Ad eccezione del boss di Mazara, Vincenzo Sinacori, arrestato e subito pentitosi a metà degli anni ’90, nessuno dei pochi collaboranti anche quelli più recenti ha potuto raccontare di incontri col capo mafia Matteo Messina Denaro.

Una novità viene però fuori dalla ultima retata antimafia e cioè la difficoltà a trovare nuovi soggetti disponibili ad essere “postini” del boss. Di questa cosa gli investigatori hanno sentito lamentare Vito Gondola, “i cristiani spariscino come nenti…a gente si scanta”, cioè le persone chiamate all’appello si tirano indietro, sono spaventati dalle indagini. Ed ancora Gondola parlando con i componenti del clan non ha nascosto il fatto che il gruppo si sentiva controllato, pedinato, ma ciò nonostante ha rispettato gli ordini di Matteo Messina Denaro, “Non è che uno si…. impressiona non deve camminare più … se dobbiamo camminare dobbiamo camminare…”. Una mafia che quindi tenta, riuscendoci, a restare viva e vitale, che si muove sapendo che all’interno dello Stato permangono alcuni soggetti che sono considerati di alto e importante riferimento, una mafia che sa tenere in debito conto che gli arresti alla fine arrivano, perchè nelle istituzioni c’è chi non molla la presa, come fanno gli agenti della Squadra Mobile di Trapani appena pubblicamente elogiati dal capo dello Sco Renato Cortese. Una mafia che però è capace a risorgere. Vengono assestati i colpi, ma come “l’araba fenice” la mafia trapanese puntualmente torna a vivere. Oggi poi dalla parte della mafia c’è una sorta di campagna avviata contro l’antimafia.

A Trapani al solito più che parlare di Cosa nostra e dei suoi addentellati, si preferisce (s)parlare dell’associazionismo antimafia che puntualmente finisce sotto accusa, anche con fandonie e bugiarderie messe apposta in giro. Non c’è la prova che ci sia la regia della mafia, ma attorno a queste storie inventate apposta il puzzo mafioso si avverte. Per la cronaca gli arrestati della scorsa notte, oltre a Vito Gondola, sono stati Leonardo Agueci, Salemi, 28 anni, Ugo Di Leonardo, Santa Ninfa, 73 anni, Pietro e Vincenzo Giambalvo, 77 e 38 anni, padre e figlio, Sergio Giglio, Salemi, 46 anni,Michele Gucciardi, Salemi, 62 anni, Giovanni Loretta, mazarese, 43 anni (uno dei capi trapanesi della rivolta dei cosidetti forconi),Giovanni Mattarella, Mazara, 49 anni (genero di Vito Gondola), Giovanni Domenico Scimonelli, Partanna, 48 anni, Michele Terranova, Salemi, 46 anni. Tutti con a capo Gondola farebbero parte dell’ultimo dei “cerchi magici” del pluriergastolano Matteo Messina Denaro. E tra gli arrestati non c’erano solo pizzinari, ma, come sottolinea il questore di Trapani, Maurizio Agricola, c’erano capi mandamento e capi famiglia, scelti personalmente da Matteo Messina Denaro. Uomini d’onore fedeli a Cosa Nostra come Vito Gondola (personaggio già citato nei rapporti antimafia degli anni ’70 a proposito della stagione dei sequestri, come quello dell’esattore Luigi Corleo, organizzati dalla mafia alleata con l’eversione di destra, ampiamente ne aveva descritto i particolari l’allora capo della Mobile di Trapani Giuseppe Peri, che inascoltato finì i suoi giorni in un sottoscala della Questura di Palermo dove fu trasferito dopo quelle sue indagini), Pietro Giambalvo, Mimmo Scimonelli, Michele Gucciardi. Boss che non nascondevano il fatto di essere capi mafia. Gucciardi un giorno affrontò di petto una imprenditrice, Elena Ferraro (la stessa che ha denunciato il tentativo di estorsione subito dal cugino del latitante, Mario Messina Denaro) chiedendole ragione di un licenziamento, offrendole in cambio di un suo tornare sui suoi passi, i servigi della cosca.

All’epoca la Ferraro era alle prese con il trasferire la sua attività (nel settore sanitario) da Salemi a Castelvetrano…e guarda caso per ottenere ciò che le era dovuto ha dovuto attendere anni, solo quando si seppe della sua denuncia contro l’estorsore Mario Messina Denaro, la Regione subito si mosse e accordò quel trasferimento fino ad allora impedito da incredibili lungaggini burocratiche.

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