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Hate speech, degenerazione da combattere?

 
“Anche gli alberi per crescere hanno bisogno del letame”. Non giurerei sull’assoluta fedeltà testuale di una delle battute del film “Il Divo” di Sorrentino, ma il concetto è chiaro. Letame, inteso come concime organico, ha i suoi conclamati benefici. In valenza figurativa può ben rappresentare l’attuale dibattito sull’ hate speech  efficacemente trattato dal giurista Fabio Marcelli in un suo intervento dal titolo “hate speech, degenerazione da combattere”, pubblicato sul suo blog.
Degenerazione da combattere? Siamo sicuri? Da manuale Marcelli definisce il concetto come “incriminabilità di determinate espressioni di stampo razzista o diffamatorio nei confronti di interi gruppi sociali variamente connotati in base alle loro caratteristiche “razziali”, etniche, di genere, relative alle preferenze sessuali etc…  e oggetto di vivace dibattito all’interno della dottrina e della giurisprudenza sia in Europa che negli Stati Uniti”. Basta leggere alcune chat/commenti per rendersi conto che le punte massime di notorietà di una/un blogger vengono raggiunte su plot comunicativi che prevedono gentili espressioni quali: puttana, frocio o anche pezzo di merda. Oltre a ciò molto spesso taluni interventi, per toni e parole, sono un esempio di demolizione gratuita della persona a prescindere da ciò che ha scritto.
Che insulti & affini siano ormai lo scotto da pagare per diventare un “personaggio noto” mi pare dato per scontato da chi, magari in modo repentino, transita da una situazione di semi anonimato ad una di popolarità.
Su concetto odierno di popolarità poi, sempre rimanendo tra le citazioni cinematografiche, in “Birdman” viene sintetizzato  con: “La popolarità è la cuginetta zoccola del prestigio” ma questo è un altro discorso.
Ma tornando al  post Marcelli scrive: “La repressione penale dell’hate speech costituisce uno strumento cui non si può rinunciare, come non si può rinunciare alla tutela dei singoli nei confronti delle diffamazioni di cui possono essere oggetto. Essa ovviamente però è insufficiente, se non si accompagna ad azioni positive specie nel campo educativo (anche e soprattutto degli adulti) che mirino a forgiare un’identità comune della cittadinanza che sia davvero universale e inclusiva”.
Vorrei quindi soffermarmi sulle “azioni positive”: davvero siamo sicuri che ci sia interesse ad innescarle? Personalmente nutro dubbi e ritengo che non  lo sarà ancora per molto. Mi pare infatti  che la nostra contemporaneità poggi su tonnellate di letame gratuito, sostanza in grado però di far schizzare la credibilità virtuale di chi vuole essere riconosciuto e dunque riconoscibile.
Ciò nonostante ritengo la possibile repressione penale dell’hate speech, o delle diffamazioni, un diritto irrinunciabile. Sono infatti fermamente convinta che la libertà individuale risieda, sempre e in ogni caso, nella facoltà di scegliere se agire o meno. Dunque è giusto venga fornita la possibilità concreta di farlo. Un anno fa sono stata avvisata che la Polizia postale stava monitorando dei commenti a miei vecchi post sui casi Uva e Aldrovandi.  Leggo con  attenzione gli interventi complessivamente interessanti e civili ma anche nei casi di insulto, a occhio e croce, non sono nulla al confronto del delicato avviso, arrivato per interposta persona,  di “stare attenta”, mittente un politico, o dell’aggressione fisica, oltre che verbale, di un cordiale tassista – regolare, non abusivo -,  di Roma Capitale.
Quindi, tornando al nocciolo della questione, senza l’odio espresso, manifestato, urlato, molti di noi esisterebbero in particolare nell’anello delle realtà social?
Non sono una sognatrice, tanto meno vivo nell’utopia di un mondo gentile fatto di amici, ma evidentemente il libero insulto ha qualcosa di fortemente aggregante anche si tratti solo una comunity di “unlike”.
Chi legge questo testo potrebbe facilmente obiettare che gli hate speech ‘seri’ hanno portato ai genocidi di Ebrei e Armeni all’intolleranza nei confronti degli omosessuali o le colpevolizzanti campagne contro gli “zingari” e i “clandestini”. Certo tutto ciò è vero ma ritengo ci sia uno strato (solo apparente) più superficiale fatto della nostra quotidianità nella quale rientra anche l’opportunità  fornita  dai social-media, spesso in forma anonima, a chiunque di manifestare l’opinione/offesa  anche proprio in virtù del principio della libera espressione.
In conclusione: io non sono in grado di sentenziare sulla soluzione perfetta,  ma mi sono tanto tornate alla mente le parole del rapper Frankie hi-nrg che nel 1997 iniziava la sua “Quelli che benpensano” con le parole: “Sono intorno a noi, in mezzo a noi in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai”.
Ecco forse sostituirei a “far promesse”  con “a nutrirci di hate speech che manteniamo sempre” .

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