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“Porcile” e “il Vantone”. Da Spoleto, in viaggio teatrale, con  Pasolini- Entrambi gli allestimenti in tournée estiva

 

Dalla tragedia del rifiuto alla farsa plautina: scaturiti dal recente Festival dei Due Mondi di Spoleto, la cui sezione-prosa era efficacemente centrata su un tributo a Pier Paolo Pasolini (i 40 anni dalla morte sono ‘cavalcati’ su ogni fronte, specie quello dei trasformisti), gli allestimenti di “Porcile”, per la regia di Valerio Binasco,  e di “Miles gloriosus”, curato da   Federico Vigorito, rappresentano due momenti efficaci, esplicativi, non meramente divulgativi dell’idea di teatro (essenzialmente di ‘parola’: dialettica, monologante, esclamativa, sommessa) che pulsava, in via del tutto teorica, nell’incompiuto ideale drammaturgico dello scrittore friulano.

Vigorosamente capace, durante l’estate del 1966, di concepire e redigere le sei tragedie apodittiche e   ‘di pura oralità’ (dal “Pilade” a “Bestia da stile”). Le quali  rappresentano al meglio i conflitti   morali,umorali, civico-politici frastaglianti  la coscienza dell’unico intellettuale italiano capace, nel novecento, di intuire, preconizzare le disperazioni, individuali e collettive, del ‘tramonto d’Occidente’. Entro una sfera di disadattamenti, rifiuti, ripulse individuali di cui “Porcile” resta l’allegoria più estrema, spietatamente bizzarra, irrorata di grottesco e di raggelata ‘pietas’ umana. Dinanzi a quel ‘figliolo astenico’ che, indifferente ad ogni ideologia o impulso ribellistico, si lascia morire, divorato dalle morfologie suine che ama in spregio ad ogni estetica muscolare, fidiaca, proto-consumustica. Ed in opposizione alla suadente supremazia del padre che vorrebbe istradarlo, d’intesa con una combriccola di amici  bizzarri e affaristi,  verso una qualsiasi (‘democratica’) forma di normalità.

Alla cui impossibilità di accedere, Valerio Binasco (contornato da un ottimo cast, che va da Francesco Borchi a Mauro Malinverno, da Alvia Reale a Fulvio Cauteruccio), sottrae ogni presunta istanza di ordine politico-generazionale (la vicenda pasoliniana ha luogo in una imprecisata località della Germania post-nazista, quella dei primi fermenti terroristici) per assegnarle cadenze e sfumature di tono più lievi, liriche, melanconicamente sobrie ed esistenziali. Mediante cesure filmate che rimandano a certe atmosfere ‘spensierate’ dei poco ruggenti anni sessanta e ad un’introspezione minimalista, antieroica di un disagio giovanile consanguineo degli infranti gabbiani di Cechov, dei tanti “Pel di carota” che non abitano caselle anagrafiche- e persino di quei disorientati ragazzi della piccola provincia americana a contatto con l’orrore dello ‘svezzamento necessario’ così come immaginato da Stephen King nel torrido e ‘pedagogico’ “Stand by me” (da cui il bel film di Reiner  del 1986).

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Complessivamente più modesta la rilettura del  “Miles gloriosus”(esplicitamente “Il Vantone” nella vulgata comune) che Federico Vigorito sostanzia di una solida scenografia aderente (alla lettera) alla romanità fescennina dei tempi di Plauto e alla solida impronta attorale di Edoardo Siravo (militare reduce e spaccone), affiancato da un Ninetto Davoli, di lui servitore, che-alla stregua dello Sganarello di Don Giovanni-ne biasima e ridicolizza la vocazione ad arrampicatore sociale, a seduttore da quattro soldi, sempre in ragione di un’ascesa di ruolo e di riconoscimento socio-gerarchico che ‘amoreggia’ servilmente con ogni genere di potere e con chi lo incarna.

Sino al punto – intuiva in anticipo Pasolini- da usurarne ogni speme ideologico, con utopie al seguito, plasmando e addomesticando la mucillagine umana ai bisogni indotti di chi (pragmaticamente, per egemonia finanziaria e culturale)  occupa un posto di spicco nel ‘mondo di sopra’ (Carminati non scherza…) e lascia che quello ‘di sotto’ marcisca nel servilismo dei sicofanti e utili idioti. Visione dichiaratamente ‘morale’, in spregio di strategie ‘riformiste’,  dei rapporti di classe e interpersonali, che in Pasolini si eleva di intransigenza e pessimismo storico. E che, nello spettacolo di Vigorito, appare esaurirsi in una blanda, ‘frescanzana’ occasione di teatralità mobile ed estiva.

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