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Azzolini – Rostagno, un confronto spiacevole

 

Quasi nello stesso giorno l’opinione pubblica italiana, quella meno attenta ai titoli di scatola, e più ai contenuti, ha, da una parte, conosciuto dopo ventisette anni le motivazioni della condanna dei mafiosi che 27 anni fa (il 26 settembre 1988) assassinarono a Trapani il sociologo Mauro Rostagno direttore in quel momento dell’emittente televisiva trapanese Rtc che conduceva una lotta accanita contro le cosche mafiose della zona. Rostagno viene ucciso da un commando mafioso mentre sta rientrando nella comunità Saman in contrada Lenzi, a Valderice.

Ma, d’altra parte, quella medesima opinione pubblica ha appreso che il Senato della repubblica ha detto no agli arresti domiciliari dell’ex presidente della Commissione Bilancio del  Senato, il senatore pugliese Azzolini che la commissione senatoriale per le immunità aveva giudicato senza esitazioni meritevole del provvedimento.
Ecco il confronto tra i due avvenimenti è tutt’altro che piacevole per più di una ragione. La prima è che, citando proprio la sentenza della corte di Assise di Trapani, si possono apprendere particolari importanti sui numerosi depistaggi, ritardi e manipolazioni  che hanno caratterizzato nell’ultimo trentennio(questi sono, infatti, i tempi!) del processo, tutta la vicenda intorno a Rostagno. Quando ancora il corpo di Rostagno era riverso sul volante della sua Duna scattarono subito “colpevoli ritardi” e “inspiegabili omissioni”. Le conseguenze di questo modo di condurre l’istruttore sono state terribili:” La soppressione o dispersione dei reperti la manipolazione dei reperti  e i  reiterati atti di oggettivo depistaggio. Dalla sede di RTC scomparve la video cassetta su cui Rostagno aveva scritto “non toccare” .

Dopo un processo durato tre anni, i giudici non hanno più dubbi. E sottolineano tutta l’inconsistenza delle piste alternative a quelle mafiose.” In  già nel 1988 Rostagno denunciava i rapporti sotterranei ma noti a tutti tra mafia, massoneria e uomini infedeli alle istituzioni. Rostagno si era avvicinato ai segreti dell’ultimo capomafia ancora libero, il trapanese Matteo Messina Denaro che dovrebbe stare in carcere per le stragi del ’92-93 ed invece ancora uccel di bosco. Lo ha ricordato nei giorni scorsi il pentito Siino nel processo per l’assassinio di Rostagno: “Il padre di Matteo, morto nel 1998, mi parlava malissimo di quel giornalista direttore della RTC. Don Ciccio ripeteva: “é proprio un cornuto”. Altri cinque pentiti hanno confermato il movente e le responsabilità intorno al capo mafia Vincenzo Virga e al suo sicario prediletto Vito Mazzara, incastrato anche da una impronta genetica  trovata su un fucile.”  Rostagno aveva scoperto che a Trapani c’era una sede di Gladio, l’organizzazione clandestina atlantica e  anticomunista, di cui negli anni scorsi si è molto scritto e parlato e su questo punto i giudici hanno scritto che “anche su questo versante, Rostagno poteva essere una minaccia dopo aver scoperto gli strani traffici che avvenivano a ridosso della pista del vecchio aeroporto.”

Insomma la sentenza di Trapani restituisce al sociologo ucciso il senso della dura battaglia che sostenne in Sicilia e del complesso di ragioni che per quasi trent’anni hanno impedito ai giudici di avvicinarsi alla verità. Come avviene anche oggi, limitandosi a leggere con un minimo di attenzione le ultime cronache parlamentari.

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