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Anche il giornalismo è schiavo di consensi

 

“Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore”. Questa citazione di un grande giornalista come Indro Montanelli, all’epoca aveva un gran peso: stava a significare che il giornalista ha come unico scopo quello di servire i lettori. Servire i lettori voleva dire fare il proprio lavoro parlando della realtà senza essere influenzato da interessi che potevano distorcerla. Oggi però questa citazione ha cambiato di significato.

Avere come padrone il lettore, e quindi, i lettori, è diventato un “accontentare tutti” e per farlo, bisogna dare ragione a tutti. I social network si sono rivelati i mezzi migliori per questo fine.  I titoli dei giornali sono diventati sempre più scandalistici, molti articoli pubblicati presentano molti errori di grammatica, il livello del linguaggio si è abbassato.

La professionalità viene meno, il tema trattato spesso è fine a se stesso e serve ad avere più visualizzazioni che a informare. Molti programmi televisivi di approfondimento giornalistico sono diventati mere tifoserie. Il dibattito politico si è ridotto a questo: “tuit”, tifoserie, post su Facebook, insulti e attacchi. Sono quelli che vengono più seguiti. Questo tipo di giornalismo si nutre di guerrafondai da tastiera, persone che dietro un pc insultano spesso. Insulti che poi degenerano in attacchi personali.
Questo tipo di giornalismo non serve i lettori ma è asservito a questi ultimi.
In certi Talk Show, per esempio, se non sei un cafone/a urlatore/trice, non ti chiamano.
Non ti chiamano se non sei identificabile con uno stereotipo conosciuto con cui si può prevedere che tipo di dibattito e scontro si andrà a creare.

Perché? Perché è quello che la gente vuole vedere e sentire. Il giornalista non è un politico, e a maggior ragione invece dovrebbe dire cose che in realtà non si ha il coraggio di dire, che non si vuole sentire. La vita reale non è fatta di tifoserie, o di buoni o cattivi. La realtà è quello che è e va raccontata con umiltà e onestà intellettuale. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio e non credo che tutti i giornalisti, giornali o talk show siano così. Credo che per ora, quelli che hanno più seguito siano coloro che usano questo atteggiamento.

Recentemente ho avuto un’esperienza personale di c. d. terrorismo da social network.
Sono membro della sezione giovanile del Movimento Federalista Europeo (Gioventù Federalista Europea), un movimento nato settant’anni fa durante la resistenza antifascista intorno a personalità come Altiero Spinelli. Siamo tutti volontari, occupiamo parte del nostro tempo per la battaglia per la Federazione Europea. Non ci siamo mai presentati alle elezioni politiche, facciamo azioni sul territorio e cerchiamo un dialogo con le istituzioni. Riteniamo che il raggiungimento degli Stati Uniti d’Europa sia una necessità concreta: la democrazia a livello nazionale non è più realizzabile se continuiamo a gestire le crisi internazionali ognuno all’interno del proprio confine.

Qualche giorno fa con i miei compagni abbiamo fatto un’azione social mandando dei “tuit” ad Alberto Bagnai, noto economista euroscettico. La situazione è degenerata e mi sono arrivati parecchi insulti che alla fine non riguardavano ciò di cui stavamo discutendo. Insultavano me come giovane donna, come giovane studentessa.  Il professor Bagnai, tra l’altro ha aiutato la degenerazione di questa situazione nei miei confronti scrivendo pubblicamente su Twitter “Spiegate la Grecia alla bambina” ovviamente in senso dispregiativo. Questo commento ha fatto sentire tutti gli altri legittimati a dirmi anche di peggio.

La cosa che mi rende più triste di tutto questo è che alla fine si è cercato di delegittimarmi personalmente dicendomi anche che in realtà facevo parte del potere e che sogno poltroncine e cerco di arrivarci nei modi più indignitosi. Ero diventata il capro espiatorio, non sono nessuno, eppure molte persone si sono accanite contro di me. Reputo che questo atteggiamento generale sui social sia anche causa di quel giornalismo di cui parlavo prima che è diventato schiavo di se stesso, che pur di cercare consensi crea tifoserie al posto di raccontare la realtà.

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