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La sinistra dem e la necessità di scegliere

 

Tralasciamo il discorso di Renzi, tralasciamo le sparate di Giachetti, tralasciamo le nenie renziane in generale e occupiamoci a viso aperto della minoranza del PD, giornalisticamente detta la “sinistra interna”.
Perché stavolta siamo davvero al dunque: non ci sarà un’altra occasione, un’altra battaglia, un altro appuntamento; questa è una guerra (per quanto questo termine sia ripugnante) al termine della quale chi vince ha ipotecato il futuro suo e dell’Italia per almeno un decennio e chi perde è perduto per sempre, soprattutto se oltre a perdere nei numeri dovesse perdere anche la residua credibilità.

Lo so: la politica non si sarebbe mai dovuta abbassare a questo livello infimo; lo so: questo ragionamento è intollerabile e, credetemi, mi dà profondamente fastidio doverlo formulare; mi rendo conto del malumore che qualcuno di voi proverà nel leggere queste mie parole, ma mi sento comunque in dovere di esprimere questi concetti nella maniera più netta e limpida possibile, affinché questo piccolo atto di verità non si perda al vento né venga lasciato cadere con interpretazioni malevole e sminuenti.

Questa è la partita della vita e Bersani, che pure negli ultimi mesi ha commesso una pletora di errori, lo ha capito molto bene, tanto che stavolta la sua Area Riformista non ha fatto l’imbarazzante figura della quinta colonna renziana, non si è confusa col voto dei Turchi, ormai più renziani di Renzi e dei suoi sostenitori della prima ora, e non ha lasciato soli i vari Civati, Fassina, Cuperlo, D’Attorre e Boccia, ormai da mesi in battaglia, protagonisti di una sfida solitaria e disperata che hanno accettato quando erano certi di perderla, il che va a loro merito e onore, nel demerito dei tanti, troppi che, a furia di cedimenti, hanno spalancato le porte a una deriva che rischia di stravolgere l’assetto democratico e costituzionale del nostro Paese.

A tal proposito, è bene mettere in chiaro fin da subito che anche se tutta la minoranza dem, compatta, dovesse bocciare l’Italicum in Aula, Renzi, spregiudicato com’è, i voti alla fine li troverebbe comunque: grazie a Verdini, certo, ma anche grazie all’Area Popolare di Alfano e Casini, a Scelta Civica e a una serie di peones che, pur di prolungare la durata della legislatura e continuare a percepire il lauto assegno da parlamentari, gli voterebbe pure l’introduzione della Legge del taglione.

Non solo: poiché Renzi è un tipo che non si ferma davanti a nulla e a nessuno, è sicuro che, non potendo vincere le resistenze della minoranza interna e temendo con terrore possibili imboscate nei voti segreti sapientemente evocati da D’Attorre, userà l’arma atomica del voto di fiducia. Sarebbe un precedente gravissimo ma non siamo certo di fronte a un personaggio restio agli strappi: ne ha compiuti tanti e altri ne compirà, che si tratti della minoranza interna, dei sindacati, dei diritti dei lavoratori, della Costituzione o della legge elettorale per lui non fa alcuna differenza.

Il potere per il potere, il governo per il governo, incuranti del mondo che cambia, ormai quasi dimentichi della questione morale posta da Berlinguer e sempre più arroccati in un fortino assediato dalla disperazione di un Paese che riparte solo nella propaganda e negli slogan del premier e dei suoi interessati “laudatores”: questo è diventato oggi il PD e questa è la cornice nella quale si inserisce la grande occasione della sinistra per dimostrare di essere ancora tale.

Renzi, infatti, ha abbassato la visiera e scelto lo scontro totale, conclusivo: vuole “spianare” la minoranza interna e porre sul tavolo, di questa e degli alleati di governo, la pistola carica delle elezioni anticipate, con un sistema che gli consentirebbe di divenire il “dominus” incontrastato del contesto politico italiano.

Non avrebbe portato a termine la riforma del Senato, è vero, ma poco importa: a quel punto, potrebbe completare il disastro indisturbato, grazie a una Camera di fedelissimi e a un Senato che, oltre a essere a sua volta composto da fedelissimi, impiegherebbe pochi minuti a mettere insieme una maggioranza raffazzonata a sostegno del nuovo padrone d’Italia. Sarebbero ancora larghe intese ma anche questo per Renzi non è un problema: innanzitutto, lo shock del 2011, e soprattutto del 2013, è stato ormai pienamente assorbito; in secondo luogo, a furia di sostenere pubblicamente che destra e sinistra sono concetti ormai obsoleti, la maggior parte delle persone ha finito col crederci e con l’accettare senza troppi patemi d’animo il fatto che esponenti e dirigenti un tempo dichiaratamente berlusconiani entrino nel PD, partecipino alle sue primarie e determinino i suoi equilibri interni; infine, non essendo Renzi di sinistra e non essendo più il PD un partito di sinistra, non si vede perché non debba unirsi ai suoi alleati naturali, come del resto sta già avvenendo in qualche amministrazione locale e come avviene ormai da quattro anni in Parlamento.

Comunque vada, dunque, Renzi è destinato formalmente a vincere questa sfida e intestarsi il risultato in vista delle Regionali ma c’è una bella differenza fra i due scenari che potrebbero delinearsi in base al comportamento della minoranza dem: se i personaggi sopra citati dovessero cedere, tornerebbero ad essere né più e né meno che dei renziani di complemento, ingranaggi di un meccanismo di potere stritolante che potrebbe pure soddisfare gli appetiti dei più opportunisti fra loro (da qui la presunta offerta di Renzi di trenta capilista bloccati alla minoranza “dialogante”) ma finirebbe col privarli di ogni dignità, di ogni credibilità e di ogni prospettiva, in quanto sarebbe il compimento di una virata a destra che verrebbe giustamente interpretata dal vasto popolo degli esclusi come l’ultimo, definitivo tradimento; se dovessero trovare la forza e il coraggio di rompere, votando contro e uscendo finalmente da questo ex partito ormai trasformatosi nel comitato elettorale di un capo che fa ciò che vuole, si spalancherebbe invece una prateria a sinistra del PD, consentendo a Landini di tornare a fare il sindacalista a tempo pieno e alla sua coalizione sociale di saldarsi con una valida coalizione politica progressista in grado di sfidare il renzismo e costringerlo a scendere a più miti consigli in caso di elezioni anticipate.

Non è facile, lo so, comprendo il travaglio interiore, il tormento e anche la rabbia di quanti hanno creduto in questo partito e hanno dato l’anima per renderlo un soggetto politico di sinistra all’altezza delle sfide della modernità; ma ora queste rispettabili persone devono capire che quel partito non esiste più, è stato scalato e trasformato in qualcosa di diverso e altro e non potrà mai tornare com’era prima perché la mutazione genetica ne ha ormai pervaso l’anima e fatto sfiorire la storia, la tradizione e gli ideali.

Non è semplice, e chi ironizza sulle sofferenze di uomini e donne di partito che vedono crollare davanti a sé i sogni, i miti e le speranze di una vita non dimostra particolare arguzia o intelligenza ma pura malvagità mista a vigliaccheria. Non è semplice e bisogna avere rispetto perché questi uomini e queste donne sono chiamati ad una scelta che nessuno di noi avrebbe mai voluto compiere ma che oggi si rivela, più che mai, necessaria per restituire quanto meno una prospettiva di futuro a generazioni che vedono davanti a sé soltanto il buio del precariato e dell’incertezza.

Occorre uno strappo; occorrono parole forti, intense, convincenti; occorre un notevole sforzo per spiegare questa difficile posizione al Paese, sventando e respingendo al mittente le innumerevoli strumentalizzazioni cui quest’atto di nobiltà politica verrebbe sottoposto dai trionfatori del momento e dai loro cantori sempre pronti ad accorrere in soccorso del vincitore.

Tuttavia, visto che è tornato di moda Pietro Ingrao, ogni esponente della minoranza dem dovrebbe tenere a mente queste splendide parole: “Il compito della politica è pensare l’impossibile: solo se pensi l’impossibile hai la misura di quello che puoi cambiare”. E poi comportarsi di conseguenza.

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