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Le minacce ai giornalisti in Honduras, 32 assassinati dal 2000 a oggi

 

César Omar Silva Rosales è un collega che ha sempre svolto la professione con coraggio e coerenza, senza piegare mai la schiena. E in un Paese come l’Honduras, dove in meno di cinque anni sono stati uccisi 32 giornalisti, equivale a sfidare il regime autoritario che lo governa. Qualche giorno fa César si è sentito dire da un alto ufficiale che se non avesse smesso di scrivere articoli ‘contro’ i militari sarebbe stato trovato “in un fosso, imbavagliato e con le gambe ingiallite”.

A rendere nota la vicenda è stata, come in passato per altri casi, Amnesty International. La denuncia dell’organizzazione per i diritti umani evidenzia come l’esponente governativo in divisa non abbia esitato a minacciare pubblicamente Rosales, affrontato faccia a faccia mentre stava seguendo una sessione di un convegno sulla politica militare in Honduras. Intimidazioni che chi conosce quelle realtà sa che non vanno prese alla leggera.

I colleghi honduregni hanno più di un motivo per ritenere serie e gravi queste minacce. Basti ricordare che meno di un anno fa, aprile 2014, veniva assassinato Carlos Mejía, un giornalista di Radio Progreso. La trentaduesima vittima tra gli operatori dei media del paese dal 2000 ad oggi.
Nel dicembre dello scorso anno, Amnesty ha pubblicato un dettagliato rapporto sugli abusi contro i giornalisti e attivisti in vari Stati centramericani, tra cui Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Cuba, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Giamaica, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù e Venezuela, segnalando che in America Latina e nei Caraibi “la realtà di molti difensori dei diritti umani è spaventosa”.
Un ampio capitolo del documento era dedicato proprio ai casi di abusi perpetrati in Honduras.

Nel rapporto viene sottolineato il fallimento del Congresso dell’Honduras che non è stato in grado di approvare una proposta di legge di protezione per i difensori dei diritti umani, giornalisti, commentatori e giuristi avanzata da alcuni parlamentari democratici.
Gli analisti di Amnesty ritengono che attualmente le istituzioni che dovrebbero e potrebbero offrire protezione non abbiano la formazione necessaria, né risorse adeguate tanto meno la fiducia dell’opinione pubblica.
Purtroppo la situazione in Honduras non è l’unica a destare preoccupazione.

Nel 2014, fino a inizio maggio, nel mondo sono stati 35 i giornalisti uccisi. Mentre le statistiche del 2013 parlano di 71 reporter morti, 826 arrestati, 2160 minacciati o attaccati fisicamente, 87 rapiti, 77 costretti a lasciare il proprio Paese, 39 (chi frequenta le comunità on line) e citizen-journalist (cittadini che informano) uccisi, 127 blogger arrestati. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti i cinque Paesi più pericolosi per gli operatori dei media sono: Siria, Iraq, Egitto, Pakistan e Somalia. Al sesto posto l’India.

Un elemento, in particolare, vale la pena di evidenziare. Negli ultimi dieci anni si è registrato un declino del diritto ad informare in molti Paesi del Medio Oriente, tra cui spiccano Egitto, Libia e Giordania. Un grosso passo indietro l’ha fatto anche la Turchia che è stata declassata da Freedom House nel 2014 da ”parzialmente libera” a ”non libera”. Ankara è diventata cosi il solo Paese dell’area euro-occidentale a entrare nella categoria ”viola” dei paesi non liberi’, come Cina, Venezuela, Arabia Saudita, Iran o Libia. Nel rapporto 2014 la Turchia era 134ma su 197 paesi, accanto a Libia e Sud Sudan. L’Italia era al 64mo posto.
Anche questo dato dovrebbe far riflettere. Ma è un’altra storia, tutta italiana… fatta di intimidazioni di altro genere. Non letali ma altrettanto antidemocratiche e inaccettabili.

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