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Un caffè con la febbre alta.

 

Certo che sono soddisfazioni per un direttore come De Bortoli che sta per lasciare: il titolo che ieri aveva solo il Corriere oggi rimbalza su tutti i giornali. Stampa: “Mediaset vuole le antenne Rai”. Il Giornale: “Berlusconi ci mette 1,2 miliardi”. Repubblica: “Rai Way, il governo blocca mediaset”. Libero: “Il Cav muove le torri e dà scacco a Renzi”. Il Fatto quotidiano: “Mediaset Renzi”.

Che succede? È saltato il Patto del Nazareno, Renzi ha ottenuto che Berlusconi gli facesse passare l’Italicum al Senato (dove non avrebbe avuto i numeri) e, in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, si è liberato di lui, la destra è in crisi d’identità, nè Salvini nè Grillo sono un pericolo per il premier. Naturale che scattasse il piano B.(come Berlusconi) Grazie al monumentale conflitto d’interessi che stiamo subendo da un quarto di secolo, il Caimano può allungare le mani sull’intero comparto della televisione digitale (con ricadute anche sulla telefonia) e sul mondo delle case editrici (Mondadori. Rizzoli).  La borsa approva. Il governo obietta, ma con voce flebile. Da tempo si va dicendo  che privato è sempre bello e il pubblico la zavorra d’Italia, come sostenere ora che i ripetitori debbano restare pubblici? Sapremo presto se Renzi dovrà cedere su Rai Way tutta a un privato o se, come scrive Claudio Tito per Repubblica,  “L’obiettivo (Mediaset) non è (tanto) la compravendita, ma prepararsi proprio al riordino del settore”

In questo contesto cade la riforma della Rai, promessa ad horas dal primo ministro. Si tratta di ridare al governo il potere di nomina del vertice operativo dell’azienda e a Istituzioni di Garanzia, anzichè al Parlamento (lottizzazione), quello di un vertice ristretto (5 persone). La Rai liberata dai partiti. Viva. L’importante è che quei 5 nomi vengano scelti sulla base delle loro storie, di capacità conclamate e della loro indipendenza. Altrimenti la riforma servirebbe solo a ridare la Rai al governo. Per la verità sarebbe giusto che anche i dipendenti dell’azienda e la comunità dei cittadini che pagano il canone avessero un loro diritto di parola. E poi c’è il problema del merito, del cos’è e cosa fa: lasceremo alla Rai autonomia, un margine oprativo per pensare programmi non omologati agli spot pubblicitari, e un’informazione che abbia il coraggio di cercare la verità? Senza questi Rai diverrebbe presto una piccola cosa, ai margini del nuovo duopolio televisivo, Sky Mediaset.

Ieri avevo la febbre alta quando, per oltre un’ora, ho ascoltato la ministra Giannini, in commissione Istruzione, sulla riforma della scuola. Con tutte le persone – mi ero detto- che vorrebbero sapere che ne sarà degli abilitati, se resteranno i supplenti, come si organizzerà l’organico funzionale, chi deciderà se un insegnante ha diritto all’aumento di merito, e, più in generale, quale sia l’idea di scuola che il governo fa propria, ne avrò da raccontare! Purtroppo non ho capito nulla, mi è parso che la ministra non sapesse, che invece di una riforma stesse parlando di toppe da mettere qua e là, un po’ d’inglese e di eduzazione musicale, gli industriali in gita a scuola. Alla fine nessuno si è ribellato. Dunque non ho capito io: maledetta febbre.

Questo è un governo extraparlamentare, Renzi non si fida delle Camere (luogo della Palude), procede per decreto o legge delega. Convoca deputati e senatori del Pd per discutere di tutte le riforme, un’ora per riforma. Non è serio ha ragione Bersani. E allora? Lamentarsi non serve. Da Landini a Rodotà, da Tocci a Cuperlo, dai costituzionalisti non rassegnati a chi vuole un’informazione libera, tutti insieme dovremmo lanciare una sfida sul merito delle riforme. Vasto programma, lo so. Ma indispensabile.

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