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Jobs Act. Licenziamenti collettivi? Era un impegno con gli imprenditori. Le minoranze Pd: prove di unità

 

Di Alessandro Cardulli

Un capolavoro di Bruno Vespa. I licenziamenti facili previsti dal Jobs Act sono diventati argomenti di piacevole discussione nel  “salotto” di Porta a Porta. Quasi il the delle cinque. Ma no, ma sì, ma che pensate che un imprenditore ti possa giocare brutti scherzi, che ti licenzi perché gli sei antipatico? Non sia mai. Il demansionamento? Che c’è di strano, dice una  tale, rappresentante  europea  di Confindustria, cambi lavoro ma non perdi il tuo salario. Giusto. Per esempio, tu sei un bravo tornitore, uno specializzato, ma non servi più in quel posto. Il padrone dice che ha bisogno di uno che pulisca i gabinetti. O accetti o te ne vai. In fondo, il lavoratore è una merce, ti compro  e sei mio, nel segno della migliore conservazione, da padrone delle ferriere.

Poletti conferma. Conta più Confindustria che Camera e Senato

Senza batter ciglio assiste il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Un consulente del lavoro fa presente timidamente che il lavoro non è solo un mezzo per pagare pranzo e cena. Rappresenta un valore, c’è una dignità del lavorare. La segretaria generale della Cisl, Furlan, non si trova a suo agio, è quasi come un pesce fuori dall’acqua. Ai suoi dubbi risponde Poletti. In particolare spiega perché il governo non ha fatto proprio il parere espresso dalla Commissioni Lavoro Camera e Senato in merito alla cancellazione dal decreto dei licenziamenti collettivi. E con maggiori particolari lo spiega anche a  Repubblica. Come si dice, Arlecchino scherzando si confessa. E le affermazioni di Poletti sono gravissime. Il  governo ha tirato dritto, malgrado le indicazioni del Parlamento perché così si era impegnato con gli imprenditori. Conta più Confindustria di Camera e Senato. Vale la pena raccontare l’accaduto anche alla luce dei rapporti sempre più tesi fra minoranze e premier che è anche segretario del Pd. Proprio le vicende del Jobs Act e quanto accaduto alla Camera con l’approvazione della riforma del Senato spingono le minoranze a trovare un rapporto unitario.

A  marzo la convention delle diverse “anime” della minoranza

A marzo una convention vedrà insieme bersaniani, civatiani, cuperliani, fassiniani, il distacco del Pd dai lavoratori sarà il tema all’ordine del giorno. Proprio il racconto di Speranza e le conferme di Poletti ne sono un segnale molto chiaro. Il capogruppo dei deputati Pd afferma che Renzi gli aveva  confermato : “Spariranno i licenziamenti  collettivi, garantito”. Speranza,  uno dei “pontieri”,  sostenitori della necessità di mediazione fra minoranza di cui fa parte e la maggioranza sbotta e riferendosi allo “sgarbo“ di Renzi afferma: “Deve essere chiaro a tutti che se viene meno la necessaria sintonia fra Parlamento e governo non si va da nessuna parte”. Il ministro Poletti conferma che esisteva un patto fra minoranza, quella che crede, o credeva a possibili mediazioni, e Renzi Matteo. “Ha ragione Speranza – conferma Poletti – c’era un patto”. E nel salotto di Vespa spiega che non si poteva venir meno agli impegni presi, dare un segnale di incertezza agli imprenditori. “Ne abbiamo discusso tanto, ma alla fine è stato deciso così”. Furlan lo guarda, basita. La cosa resta lì. In un “salotto”, non si può venir meno al bon ton, porre domande imbarazzanti. Ma con  Repubblica è stato ancor più esplicito: “Non si volevano mettere gli imprenditori”, scrive  Goffredo De Marchis riferendo parole del ministro, “italiani e gli investitori  stranieri in condizione di scappare con la scusa che prima c’era stato un impegno e poi si era tornati indietro”.

Landini: non fonda partiti ma i i media hanno deciso che guiderà  la Cosa rossa

Fa titolo una notizia del genere? No, continua invece  ad occupare pagine di giornale, show televisivi, il “caso” Landini. Ha confermato quello che da mesi va dicendo, che non fonderà partiti, che non lascerà il sindacato, che il suo mandato di segretario generale della Fiom scade nel 2018. Non basta. Un cronista di Repubblica fra i più agguerriti contro la Cgil, la  Fiom in particolare, covo di cupi estremisti, visto che  non c’è trippa per gatti, passa addirittura al 2018.  Chiede Roberto Mania “se esclude una sua candidatura”. Risponde Landini: “Alla  fine del mio mandato sarò a disposizione della Cgil. Cosa farò lo decideranno i gruppi dirigenti e soprattutto gli iscritti”. Sempre nell’intervista non mancano volgarità, ironie fuori luogo visto il livello delle persone di cui si parla. Landini parla di “coalizione, coesione sociale, il ruolo delle forze sociali, il coinvolgimento delle forze politiche” e l’intervistatore gli chiede “con chi pensa di fare questa coalizione, con Libera di Don Ciotti, Emergency di Gino Strada”, personalità di fronte alle quali dovrebbe levarsi il cappello e mettersi in ginocchio. Ancora. Giornalisti “specializzati” dicono del segretario della Fiom che mentre si compattano le minoranze del Pd, lui sarà il leader della “Cosa Rossa”. Del tutto inutile cercar di spiegare a chi non vuole capire cosa significhi “coesione sociale”, “coesione politica”. Non capirebbero per incultura, taluni, altri perché non vogliono e non possono contraddire Renzi Matteo, quello che dice: “Landini cacciato dal sindacato, ora fa politica”. I soliti giornalisti di chiara fama, editorialisti di lungo corso, non avendo idea alcuna sulla “coesione sociale”  accusano  Landini, vedi Renzi, di fare politica, inventano “scontri con Susanna Camusso”, in relazione a dichiarazioni del segretario della Fiom, a partire  dal coinvolgimento delle forze politiche, della sinistra, insieme alla forze sociali, per affrontare  una situazione in cui la nostra democrazia è messa a rischio.

Camusso: siamo  distanti dal dettato costituzionale. Diritto del lavoro saccheggiato 

Chiamata in causa Susanna Camusso conferma che “è indubbio che c’è una torsione rispetto al rapporto con il Parlamento e l’idea che il potere legislativo sia tutto nel Governo e non nel Parlamento è distante dal dettato costituzionale”. I provvedimenti del governo hanno “ampiamente saccheggiato” il diritto del lavoro italiano e per questo “la Cgil presenterà una proposta di legge per un nuovo statuto dei lavoratori. Se necessario – ha sottolineato – lo sosterremo anche con forme abrogative”. Sono le proposte del Direttivo della Cgil che Landini porterà alla assemblea nazionale della Fiom che si terrà a Cervia. A quella assemblea si parlerà di politica, come è nella storia della Cgil, perché per difendere i lavoratori e i loro diritti non basta la contrattazione, elemento fondante dell’essere sindacato. Ci vuole anche la buona politica.

Da jobsnews.it

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