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L’Emilia Romagna capitale della ‘ndrangheta?

 

Chi l’avrebbe detto che proprio l’Emilia-Romagna, una regione italiana nota per la grande tradizione socialista e comunista in tutta la sua storia, rischiasse di diventare una delle regioni che oggi si presenta come una di quelle che ha messo radici e ora punta ai politici? Dalla processione di Graziano  Delrio, attuale braccio destro del presidente Renzi al pranzo con il sindaco di Verona Flavio Tosi  e con  il suo vicesindaco, Giacino assessore all’Urbanistica,  la cosca calabrese Grande Aracri di Cutro, tra le più ricche e impunite della mafia calabrese che ha impiantato una cellula tra Modena e Piacenza, è stata  catturata all’alba del 28 gennaio scorso dai militari dell’Arma dei Carabinieri del comando provinciale di Modena, Reggio Emilia, Parma e della  Direzione Investigativa bolognese coordinati dal procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso, dal pubblico ministero Marco Mescolini di Modena e dal sostituto della Direzione nazionale antimafia Roberto Pennisi. “Una indagine, secondo gli investigatori. destinata a cambiare la percezione della presenza mafiosa nella terra rossa che non ha saputo resistere ai quattrini dei padrini calabresi.

Uomini di potere che gestiscono una holding criminale composta da almeno seicento tra picciotti, militari e manager  tra la Calabria e l’Emilia.  Con un fatturato e un patrimonio societario e immobiliare che fattura milioni di euro.” L’affare ipotizzato è l’acquisizione dei beni della Rizzi Costruzioni, una grande azienda fallita il cui procedimento pendeva dinanzi al tribunale di Verona.  La coppia Gualtieri-Nicolis che è al centro della combine da parte della cosca Grande Aracri, mette in campo una squadra di professionisti e si spende moltissimo. Ed è forte della copertura del grande capo della cosca, Nicolino Grande Aracri, noto come Manuzza. Che Tosi e Giacino abbiano pranzato con emissari della cosca è confermato da un’altra indagata, la professionista bolognese Roberta Tattini, ex funzionaria del Banco Emiliano Romagnolo, che ha curato- secondo l’accusa- gli interessi della cosca.  Quello che colpisce nella storia, che viene ora alla luce e di cui parlano oggi  sia l’Espresso che la Repubblica, è la forza della mafia calabrese e la dimensione ormai imponente degli affari trattati nella regione e in città come Reggio Emilia, Parma, Mantova e Piacenza.

Scrive Carlo Lucarelli sul quotidiano romano alcune frasi che colpiscono anche chi scrive:” Qui da noi, in Emilia Romagna, i soldi c’erano e un pò ce ne sono ancora. E tra tanta, tantissima gente per bene, tra tante associazioni sindacali, cooperative, imprenditori e lavoratori attenti, che non scenderebbero mai a compromessi, c’è anche qualcuno che in nome del pragmatismo tipicamente attribuito agli emiliani romagnoli ha accettato soldi e lavoro senza farsi troppe domande. Bancari, amministratori, i primi che hanno pensato ma in fondo sono solo affari  hanno aperto falle enormi in quella nostra presunta barriera di diversità.

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