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Renzi e Salvini, un anno dopo

 

Ascoltavo ieri il discorso di Gianni Cuperlo alla manifestazione promossa dai Giovani Democratici e mi tornava in mente la scelta compiuta un anno fa: votare Cuperlo, sostenerlo con convinzione abbandonando un’area che aveva scelto di schierarsi con Renzi, certa di vincere il congresso e le primarie e di divenire la nuova classe dirigente del partito e del Paese, ben cosciente che avrei perso molto di ciò che avevo costruito fino a quel momento e che sarei andato incontro a un ruolo minoritario e assai poco gratificante. Non lo feci per eroismo: lo feci in base a una “scelta di vita”, come la chiamava Giorgio Amendola, convinto del fatto che vincere sia importante ma non ad ogni costo, non a costo di venir meno ai propri sogni e ai propri ideali, non a costo di schierarsi dalla parte di un personaggio come Renzi che avrà pure tante virtù comunicative ma non esprime una sola delle idee con le quali sono stato educato e in cui mi riconosco.

Sono partito da me stesso per raccontare la storia di una comunità: uomini e donne che l’8 dicembre di un anno fa scelsero di perdere per non perdersi e nei dodici mesi appena trascorsi hanno sofferto, lasciato il partito, talvolta pianto, talvolta rilasciato dichiarazioni o scritto articoli tremendi ma non hanno mai ceduto, a parte qualcuno, alla tentazione di salire su un carro che proprio non ci rappresenta.

Renzi divenne segretario un anno fa grazie ai disastri dei mesi precedenti: l’affondamento delle candidature di Marini e Prodi al Quirinale, il governo di larghe intese, i salvataggi di Alfano e della Cancellieri, rispettivamente dopo il caso Shalabayeva e le telefonate con la famiglia Ligresti in seguito all’arresto di alcuni componenti della medesima, le pressioni dell’allora PDL affinché l’esecutivo abolisse l’IMU senza distinzioni fra ricchi e poveri, la linea rigorista imposta da un’Europa sempre più sorda, miope e conservatrice; insomma, lavorarono tutti per lui e quasi due milioni di persone si misero in fila ai gazebo per sostenerlo, nella speranza che questo giovanotto un po’ irruente, dalla battuta facile e apparentemente determinato a rivoluzionare il mondo, marcasse un’autentica discontinuità rispetto al passato.

Ora molte di quelle persone si sono ricredute, tant’è che in Emilia Romagna, il cui nuovo presidente era il coordinatore della campagna renziana per la conquista del partito, alle recenti Regionali è andato a votare meno del quaranta per cento degli aventi diritto, ma purtroppo è tardi. È tardi perché ormai il renzismo ci è entrato nelle vene, col suo aspetto trionfante, la sua rottamazione dei vecchi “totem e tabù” della “sinistra che perde”, la sua rapidità decisionale, il suo parlar semplice e diretto, il suo partecipare anche a trasmissioni nelle quali nessun precedente segretario aveva mai osato mettere piede, il suo realizzare – parole loro – i sogni cullati da una vita da Sacconi e dalla parte più retriva degli industriali, ancora convinti che le sfide della globalizzazione possano essere vinte a colpi di licenziamenti facili e mantra padronali che suonavano vecchi già alle orecchie dei braccianti e degli operai sfruttati di fine Ottocento.

Renzi ha vinto illudendo e facendo sognare un popolo stanco di subire sconfitte, di essere irriso dallo strapotere della peggior destra che si sia mai vista in Occidente e di dover subire leggi e riforme spesso contrarie allo spirito e ai princìpi stessi della Costituzione. E quel popolo l’aveva scelto come segretario col preciso scopo di battere Berlusconi nelle urne e condurre finalmente una nuova classe dirigente di sinistra alla guida del Paese. E pazienza – ci ripetevano un anno fa – se ogni tanto esagera, se utilizza un linguaggio non in linea con la nostra storia e le nostre tradizioni, se piace da morire soprattutto a chi sta dall’altra parte e non ci voterebbe mai, se non per votare lui: pazienza, se per vincere siamo costretti ad accettare un linguaggio non proprio ortodosso, ce ne faremo una ragione!

Peccato che il linguaggio contenga sempre in sé un programma politico, che non sia un aspetto secondario, soprattutto per chi fa politica, e che indirizzi sempre l’opinione pubblica nell’una o nell’altra direzione. E così, il messaggio che è passato quel giorno è che, pur di porre fine alla stagione delle larghe intese, tutto era lecito e tutto doveva essere accettato, compreso il turbine di attacchi e offese rivolte quotidianamente all’indirizzo di Enrico Letta, elevato a simbolo del vecchio e dell’“inciucio”, trattato come un corpo estraneo al partito di cui era stato vicesegretario per quattro anni e considerato lento, inetto, privo della determinazione necessaria a governare in un tempo di crisi e antipolitica al diapason. Poi è arrivato Renzi e, invece di mandare a casa Berlusconi, lo ha ospitato nella sede del PD per scrivere insieme la legge elettorale e la riforma della Costituzione (insieme al noto padre della Patria Denis Verdini); dopodiché, forte di quest’accordo di ferro, ha estromesso Letta da Palazzo Chigi ed è andato a governare con la stessa identica maggioranza, con la differenza che il primo si sforzava di difendere i valori storici della sinistra mentre il secondo ha applicato, paro paro, il programma di governo della destra, riuscendo addirittura nell’impresa di andare oltre. Eppure gli elettori gli hanno accordato ancora la propria fiducia: per mancanza di alternative credibili, certo, ma anche perché convinti che, passate le Europee, il giovane segretario-premier avrebbe iniziato a mantenere qualcuna delle sue promesse. Invece ha fatto ancora peggio: facendosi scudo di quel risultato oggettivamente straordinario, ha continuato a mettere all’angolo la minoranza interna e i sindacati, ha stravolto lo spirito della Costituzione, ha smantellato l’articolo 18, ha imposto una Legge di Stabilità più iniqua che mai e varato uno Sblocca-Italia che farà la fortuna di tutti i costruttori, i cementificatori e i trivellatori sparsi per la Penisola. Infine, ha rottamato definitivamente il vecchio modello di partito e spalancato le porte ad un partito “cool”, leggero e aeriforme che, di fatto, si basa sulle gentili donazioni di chi è disposto ad elargire mille euro per una cena non certo perché animato dallo spirito di un missionario comboniano: quei mille euro, in qualche modo, i vari donatori vogliono vederli tornare indietro, con gravi rischi per l’autonomia e l’indipendenza della politica. Non a caso, una delle battaglie di Cuperlo, ribadita anche nel corso del suo intervento di ieri, ha sempre riguardato il finanziamento pubblico ai partiti: essenziale, se non vogliamo che la politica diventi proprietà dei banchieri, dei finanzieri e degli imprenditori di turno, i quali giustamente, essendo dei privati cittadini, perseguono i loro interessi; il che contrasta con il bene e gli interessi della comunità, a cominciare dai più deboli, specialmente in un’epoca nella quale lo spirito di Olivetti non sembra essere prevalente nel mondo di chi può permettersi di spendere in una sera la stessa cifra con la quale un operaio deve andare avanti per un mese.

E così la corda si è spezzata, la fiducia è venuta meno, i cittadini hanno detto basta e, in alcuni casi, come ad esempio nelle periferie degradate della Capitale, hanno cominciato a guardare con interesse alle proposte di un movimento che un tempo parlava apertamente di secessione mentre oggi sfila tranquillamente per Roma al fianco di Casapound, cercando di lucrare sulla disperazione di persone esasperate e abbandonate da tutti: da un partito che non si reca più in periferia, da un Premier che definisce l’astensione “monstre” delle recenti consultazioni una questione secondaria, da uno Stato incapace di assistere i meno fortunati, chi non ha la fortuna di vivere nel “sovra-mondo”, e da un comune che, malgrado gli sforzi del sindaco Marino, è ancora infettato dalla presenza di personaggi che andavano a braccetto con un tizio che riteneva i campi rom un affare più conveniente dello spaccio di droga, con gli esseri umani ridotti a merce e la dignità delle persone messa sotto i piedi.

In un anno, dunque, ci ritroviamo con una sinistra che ha smesso definitivamente di svolgere il suo mestiere e con una destra che è riuscita nell’impresa di rendersi ancora peggiore e più impresentabile, attraverso la trasformazione di un partito dichiaratamente anti-italiano in un partito dichiaratamente lepenista e ben lieto di accompagnarsi ai portatori sani di una visione del mondo che ci riporterebbe al Medio Evo delle piccole patrie e degli arroccamenti pseudo-identitari, fuori dalla storia e dalla realtà.

Tutto questo in dodici mesi, tutto questo non per colpa di Renzi o di Salvini ma di un’evoluzione della specie che ha trasformato la politica, la società e, di conseguenza, le sue classi dirigenti in un coacervo di individualismi in lotta per il potere e disposti a tutto pur di esercitarlo. E arrivederci Berlinguer, arrivederci alla questione morale, arrivederci ai valori, ai diritti, agli ideali, alle lotte operaie per la dignità e il riconoscimento dei ceti sociali più umili, arrivederci all’uguaglianza e viva la meritocrazia, la legge del più forte, di chi ce la fa da solo, di chi può trionfare sulle macerie e brillare mentre i più deboli arrancano nella polvere e nell’indifferenza, finché non arriva un pifferaio ancora più abile a livello mediatico a risvegliare le pulsioni peggiori insite nell’animo di chi fa oggettivamente fatica a pensare moderato e a definirsi riformista.

Dodici mesi, due uomini soli al comando e una gran corsa: siete sicuri che ne sia valsa la pena?

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