Sei qui:  / Articoli / Informazione / Deontologia professionale, umanità e il dolore che “rende bene”

Deontologia professionale, umanità e il dolore che “rende bene”

 

La ragazzina incappucciata sembra cercare protezione appoggiata alle stesse persone che la stanno portando in carcere. Intorno una piccola folla che le grida insulti perché,  prima di ogni processo, la ragazzina è già stata condannata.  Condannata da quella folla di persone che aspettava  fuori dalla questura, persone  impazienti di sfogare chissà quale frustrazione, chissà quale problema che aveva ben poco a che fare con la morte di un bambino.

E ad aver condannato Veronica,  la giovanissima mamma di Loris, anche un’altra folla, ben più grande. La folla di coloro che guardano la tv, ascoltano la radio, leggono quotidiani e riviste più o meno scandalistiche. Il processo mediatico ha colpito ancora. E ha colpito attraverso servizi giornalistici che hanno raccontato particolari sempre più intimi e personali, che hanno scavato nei risentimenti familiari, in veri o presunti disturbi mentali. Hanno raccontato tentativi di suicidio, paternità fasulle, hanno dato voce a rancori mai sopiti e nati chissà quando e chissà perché. E quanto queste notizie abbiano influenzato la “folla”, quella di manzoniana memoria, lo possiamo vedere dalla progressione delle risposte degli amici, dei gestori dei bar, dei vicini di casa, di cosiddetti amici. Il primo giorno, nei racconti dei comprimari di questo dramma, la donna era una madre perfetta, poi, col passare dei giorni e con il martellamento sul passato della poveretta (perché comunque sia è sicuramente  una poveretta) fatto da giornali e tg , l’atteggiamento è cambiato. Davanti ai microfoni gli occhi guardano altrove, si alzano sopracciglia come a dire “ non mi far parlare, sapevo sarebbe finita così”. In realtà probabilmente nessuno sa nulla, ma sono disposti a tutto  pur di sentirsi protagonisti per qualche secondo. E il giornalista con il microfono in mano  regala loro questo onore.

Ma il problema non sono loro, non è la folla di disgraziati fuori dalla questura o immersa nelle disgrazie altrui raccontate da giornali e tg. Questa è solo la storia delle miserie umane. Delle reazioni umane. L’interesse morboso (proprio nel senso etimologico della parola )per i particolari più raccapriccianti di un fatto di cronaca fra i più drammatici che si possano concepire, è probabilmente la reazione ad uno shock. Quando la paura, irrazionale, per un avvenimento terrificante, rischia di fare andare in tilt il nostro cervello, scatta il meccanismo della razionalizzazione. E per razionalizzare abbiamo bisogno di mettere in fila tutti gli elementi, tutti gli accadimenti, sia attraverso un ordine cronologico che cercando motivazioni. C’è il bisogno di gettare luce in quegli angoli bui della coscienza anche per rassicurarci: mai, noi, saremmo stati in grado di commettere una tale efferatezza. Quell’orrore appartiene agli “altri”. E allora ci pasciamo dei particolari più tremendi, perché ci mettiamo in finestra e ci godiamo lo spettacolo. E anzi, urliamo contro il “mostro, lo sappiamo,  rende fieri. Occorrerebbe dunque stigmatizzare questi comportamenti, esattamente come elevare una multa a chi rallenta il traffico per allungare il collo e cerca di buttare un occhio fra le lamiere contorte di un incidente stradale.
Ciò che è ancora più vergognoso, però, è sfruttare queste debolezze umane.

E vengo al punto. In molti in questi giorni ci siamo chiesti come sia stata possibile questa deriva voyeuristica nel caso dell’assassinio del bambino siciliano Loris. La stessa che ci fu nel caso di Sarah Scazzi o di Yara Gambirasio.
Come è possibile parlare senza alcun rispetto del dolore altrui, e soprattutto di cose che non si sanno.
Come è possibile che presunti esperti partecipino a trasmissioni seguitissime accanendosi contro chi non è stato ancora condannato da un processo.
Come è possibile, ancora, che non ci sia una regola, o meglio, che le regole non vengano fatte rispettare dagli ordini professionali. E qui non parlo solo di giornalisti, ma anche di psicologi, psichiatri. Fornire, durante un’intervista,  un parere professionale in generale, sottolineando che comunque non si sa se la persona in questione sia colpevole o no, è un segno di serietà. Non piace però. Non piace perché non fa audience come chi si dimena e strilla nelle trasmissioni, dicendo ciò che la “folla” vuole sentire: ecco il mostro, vergogna!

Ciò di cui ho parlato finora è informazione?  Informa mostrare le lacrime , informano i finti piagnistei o le interviste ai vicini di casa che non dicono nulla? Non so se Veronica, la mamma di Loris sia colpevole o no. Ci penseranno i giudici a determinarlo. Da quello che è trapelato, si disegna la figura di una donna sfortunata. Schiaffeggiata dagli eventi della vita e insultata dalla folla che l’ha già condannata. E da un’informazione che della sua tragedia ha fatto e sta facendo spettacolo.

La sua storia , la storia di Veronica, la mamma bambina, poteva essere raccontata forse senza retorica e senza necessità di trovare un colpevole. Una storia di degrado culturale e affettivo, da quello che si dice. Poteva essere utile gettare luce sullo spaccato sociale da cui proviene, capire cosa offre ad una ragazzina (pare) problematica, quel territorio, domandarsi chi avrebbe potuto supportarla nei momenti di difficoltà. Perché nessuno si è occupato del suo profondo disagio, se è stata proprio lei ad uccidere suo figlio..
Ma forse questo tipo di informazione è troppo poco “succulenta”.
La sua storia e le accuse contro di lei erano perfette da dare in pasto al pubblico affamato di tragedie altrui, specialmente in un momento di crisi come questo in cui si sente la necessità di consolare il proprio disagio pensando che, in fondo, c’è chi sta peggio.
Con storie come la sua, si vendono giornali e la pubblicità prima delle trasmissioni.
Dove qualche presunto esperto griderà al mostro davanti ad un giornalista che fingerà di commuoversi.

Del resto è difficile aspettarsi qualcosa di diverso da un’informazione che ha “celebrato” letteralmente, i  protagonisti dello scandalo sulla mafia capitolina. Quasi eroi, come quelli della banda della Magliana . Spietati ma, tutto sommato “fighi”, come insegna uno degli  sceneggiati più in auge negli ultimi anni.  Furbi, pieni di soldi. Così in fin dei conti, nascosto poco e male dietro il velo della riprovazione,  c’è il tentativo di farne dei personaggi. Che effetto possa avere sulla psiche di un ragazzino tutto questo, non riesco a pensarlo.

Ciò che andrebbe forse considerato un po’ di più è il potere affascinate e nefasto che l’informazione ha sulle persone. Sul rendere giuste e sbagliate le cose, sullo sdoganare certi comportamenti e certi valori.
Mi vengono i brividi se penso a questo potere . Quando sento dire “è vero, l’ho letto sul giornale” oppure “l’ha detto la televisione”
Dovremmo sempre pensarci prima di cedere alla tentazione del sensazionalismo o della chiusa ad effetto di un servizio.

Condividiamo le riflessioni e le proposte qui formulate da Laura Berti, mai come in questo momento sarebbe necessario, da parte di tutti gli istituti del giornalismo, promuovere una seria riflessione sulla cosiddetta ” Tv del dolore” e avviare una discussione sulle pratiche e sui linguaggi che, spesso, troppo spesso, dietro il buonismo di facciata nascondono il cinismo più spietato e senza scrupoli (Stefano Corradino e Giuseppe Giulietti)

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE