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I promessi sposi secondo Alfano, Manzoni e Pirandello

 

Alcuni sindaci, tra questi Marino e Pisapia, hanno trascritto nel “registro di stato civile” (per piacere notare grassetto) i matrimoni gay contratti all’estero. Poi venne Alfano ministro dell’Interno che sentenziò che quei matrimoni lì all’interno (ministero ad hoc) del Paese non s’han da fare. Pertanto intimò ai suoi bravi prefetti (rappresentanti di Governo nelle Province che per quanti bubboni e bubbole da “provincia chi era costei?” abbiano scatenato, sono attive più che mai) di procedere con gli annullamenti.

E fu così che i bravi procedettero. Ma quel ramo della magistratura udinese, cui s’è rivolta coppia di sposi -già omologati, mica solo promessi – per ottenere il mero riconoscimento di diritto europeo già acquisito, ha semplicemente sentenziato che a)il prefetto non ha i poteri per abrogare matrimoni trascritti dai sindaci e b)ne consegue che il ministro dell’Interno ha disposto malamente.
Parlarsi prima di fare certe (magre per incompetenza) figure, no?

I magistrati di Udine in ogni caso non è che facciano legge (ma dottrina sì)  e sicuramente da qui a breve saremo sommersi da sentenze uguali o contrarie fino a quando non interverrà la Cassazione (le cui sentenze praticamente fanno legge) sempre che qualche magistrato di primo o secondo grado, interrompendo il suo giudizio,  non si rivolga direttamente alla Consulta e in tal caso questa farà più legge della Cassazione.

Che questo sia Paese di manzoniana memoria è indubbio,  ma è certamente la memoria pirandelliana a far da padrona. Nessuno, infatti, ci batte quanto al così è se vi pare ciascuno a suo modo nel giuoco delle parti, compreso l’imbecille. Ma non è una cosa seria…

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