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“I belong”. La campagna UNHCR per mettere fine all’apolidia

 

“Porre fine all’apolidia. In 10 anni”. È l’obiettivo dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati e il nome del rapporto che accompagna il lancio della campagna “I belong”. Lanciata insieme a United Colors of Benetton, “I Belong” vuole attrarre l’attenzione globale sulle sconcertanti conseguenze dell’apolidia.

Sono almeno dieci milioni, infatti, le persone apolidi nel mondo. Un terzo degli apolidi è rappresentato da bambini: nei cinque paesi dove risiede la metà degli apolidi di tutto il globo nasce un bimbo che resterà apolide ogni dieci minuti. «Questo bambino o questa bambina – scrive UNHCR nel rapporto – sono esposti a potenziali abusi e rifiuti, che vanno dalla mancanza di accesso a vaccinazioni salvavita fino alla protezione dal rischio di matrimonio precoce». Per i bambini non registrati il rischio di restare apolidi si intensifica quando il paese dove vivono è dilaniato da un conflitto: «sono oltre 50.000 – prosegue il rapporto – i bambini nati da genitori rifugiati siriani in Giordania, Iraq, Libano, Turchia ed Egitto. La maggior parte di essi ha diritto alla cittadinanza siriana, ma quelli che rimangono senza registrazione civile della loro nascita possono incorrere in gravi problemi nel dimostrarlo più avanti nel corso della vita».

Agli apolidi sono spesso negati anche i diritti e i servizi più elementari, garantiti ai cittadini dello stesso paese. «L’apolidia può significare una vita senza un’istruzione, senza cure mediche o regolare impiego,una vita senza la possibilità di muoversi liberamente, senza prospettive o speranze – leggiamo nella lettera aperta di UNHCR – L’apolidia è inumana. Riteniamo sia giunto il momento di porre fine a questa ingiustizia». Essere apolide significa non aver diritto di voto, non avere un passaporto e implica la trasmissione ai propri figli lo stesso status.

Le ragioni che producono l’apolidia sono svariate e in alcuni casi si tratta di una conseguenza diretta di discriminazioni basate sull’etnia, sulla religione o sul genere. In Europa la maggior parte dei casi di apolidia sono dovuti all’impossibilità per molti di acquisire la cittadinanza in seguito alla dissoluzione dell’ex Unione Sovietica e dell’ex Repubblica federale di Jugoslavia.

Unhcr, inoltre, riconosce un legame tra apolidia, migrazione forzata e stabilità regionale.

Nonostante il numero di stati che hanno ratificato la Convezione sull’apolidia del 1954 sia aumentato notevolmente negli ultimi anni, lo sviluppo di nuovi conflitti costringendo milioni di persone ad abbandonare il proprio paese aumenta le possibilità che si formino altri apolidi. «Decine di migliaia di bambini rifugiati sono nati in esilio – scrive l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – e Unhcr lavora a stretto contatto con i governi e i propri partner nei Paesi che li ospitano per dare priorità alla registrazione delle nascite. Il fatto che in molti non abbiano i documenti o che a volte i padri risultino dispersi a causa del conflitto, significa che molti di questi bambini potrebbero incontrare delle difficoltà nel dimostrare che sono cittadini».

Da cartadiroma.org

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