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Chi parla più del sud?

 

Uno dei fenomeni più gravi che si è registrato in questo ultimo biennio è- senza dubbio- l’aggravarsi della crisi economica, sociale e morale nel Mezzogiorno e il corrispondente aumento divario tra il Sud e il Centro-Nord che ne deriva .Da questo punto di vista , il rapporto sull’economia meridionale che la  SVIMEZ  ha pubblicato nei giorni scorsi avrebbe meritato un’attenzione maggiore di quella che il parlamento come i mezzi di comunicazione hanno creduto di dovergli dedicare finora .Le cifre parlano, con una chiarezza che non richiede particolari finezze di interpretazione.  Il primo dato preoccupante riguarda il rischio di una desertificazione umana e industriale. Dal Sud si continua ad emigrare in quantità non trascurabile, se nel 20013 ne sono partiti 116 mila e se  c’è un aumento del 40 per cento di famiglie povere tanto che al Sud il lavoro è stato del venti per cento in meno rispetto all’anno precedente.  Sempre nel 2013 i decessi hanno superato le nascite  che sono state 177mila, il numero basso registrato da quello dell’unificazione nazionale, il 1861. ” Nei prossimi anni-è scritto nel rapporto-si prevede uno stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili. Un fenomeno demografico così grave si era verificato soltanto nel 1867 e nel 1918, cioè alla fine di due guerre, la terza guerra di indipendenza e la prima guerra mondiale.  Altri dati non possono non impressionare l’Italia e il mondo intero. Nel 2013 il reddito, in termini di PIL pro capite, è sceso al 56,6% del valore registrato nel Centro-Nord e la Calabria si è confermata la regione più povera in assoluto. Sempre nel Mezzogiorno, appena il 21,6% delle donne lavora contro il 43% nel Centro-Nord e le donne vanno a ricoprire in media posizioni poco qualificate visto che le professioni qualificanti femminili disponibili sono scese all’11,7% mentre sono aumentati del 15% i posti di lavoro nelle professioni poco qualificate.  Il PIL nazionale nel 2014 si attesterà alla fine sullo sta tico O% del Centro Nord e la flessione -1,5% del Sud. L’aggravarsi della crisi dell’economia meridionale deriva da una più sfavorevole dinamica della domanda interna con i consumi in calo del 2,4% e gli investimenti crollati del 5,2%. I posti di lavoro sono scesi nel Mezzo giorno del 3,8% e sono diminuiti di circa 800mila persone.  Quanto alla povertà, il rapporto della Svimez mostra che, dal 2007 al 20012, le famiglie in stato di deprivazione materiale severa sono aumentate del 7 per cento. Del resto, nell’intero paese, sono oltre due milioni di famiglie quelle che si trovano al di sotto della soglia di povertà assoluta, equamente divise tra Centro-Nord e Sud (I milione e 14mila famiglie per comparto) con un aumento di 1 milione e 150 mila famiglie rispetto all’anno iniziale della crisi, cioè al 2007.  Insomma, se si tiene conto del fatto che nel Mezzogiorno la illegalità di massa, grazie anche a una  classe politica in gran parte screditata e alla presenza in forza delle associazioni mafiose, è sempre molto forte, il lettore più farsi un’idea della crisi che attanaglia le regioni meridionali e che richiederebbe, da parte di chi governa, il paese un’attenzione centrale e costante. Ma si può dire che questa attenzione c’è oggi  quando è difficile persino scrivere di queste cose su qualche giornale o parlarne addirittura nei canali televisivi?  Direi proprio di no.

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